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6 maggio 2021: Alcuni aspetti problematici della fede cristiana (L492)

Questa settimana mi interrogo sulla problematicità della vita di fede. Intendo dire che è problematico vivere da atei ma lo è anche vivere da credenti, almeno se la fede è pensata. Il Cardinale Delpini di Milano ha giustamente detto che ci vuole un pensiero sulla fede, un ragionare sulla fede, un interrogarsi: così lo ho interpretato io. E in merito, si può parlare (e non posso fare a meno di parlare) di una esperienza biografica. Tale vicenda ed esperienza è la morte di mia madre, avvenuta il 22 novembre del 2017. In un primo tempo, ho pensato che la Chiesa e gli amici potessero prendere nel mio cuore il posto di mia madre. Oggi constato che non è così, il ruolo di una madre è unico ed insostituibile. Certo, c’è l’amore di Dio per noi e ci sono gli interrogativi che, da credente, mi sono posto circa il destino eterno dell’anima di mia madre. Ma, superato questo esempio biografico, ecco che mi interrogo sulla mia fede. È pensata? È meditata? È discussa? È testimoniata? La problematicità della fede emerge quando ci si interroga sulla identità di Dio e come tale identità si ripercuota sia sulla fede, sia sulle opere. Si impara nella vita prevalentemente non per delle lezioni ricevute (certo, anche da queste) ma soprattutto per imitazione. E allora ecco che credere è imitare Gesù Cristo, ma quale Gesù imitiamo? Imitiamo in base ad una idea corretta del Signore Gesù? Tutta la vita del credente può e forse deve allora divenire una indagine sulla idea che abbiamo del Dio-con-noi perché tale idea plasma il nostro cuore. Concludo questa dissertazione certamente incompleta dicendo che l’umanità di Gesù non ci autorizza a limitare o divinizzare (il che è lo stesso) eccessivamente il concetto di amore. Nessuno degli aspetti dell’amore terreno e umano va perduto nella fede, purché si eviti il peccato.

29 aprile 2021: Amore e riconciliazione (L491)

Oggi vorrei meditare sulla vita spirituale che, a mio avviso, esiste in ogni essere umano. Mi sembra limitativo dire che la vita spirituale è la vita della coscienza. Semmai, la coscienza vigila sulla vita spirituale. Ma ogni essere umano vive la vita spirituale in modo più o meno maturo. Si parte dal dubbio razionale circa la possibilità dell’esistenza di Dio. Di fronte a questo dubbio, qualcuno conclude per l’ateismo. E questa conclusione è già un atto teologico e spirituale, un luogo del pensiero religioso, perché è una scelta nei confronti dell’Onnipotente. Se, invece, si opta per la reale esistenza di Dio, non si può non interrogarsi su chi e cos’è Dio. In una coscienza religiosa matura, c’è la consapevolezza che se non c’è Dio non c’è amore. Se non c’è amore non c’è perdono e se non c’è perdono, non ci può essere riconciliazione. Più che mai, il mondo ha bisogno di riconciliazione. La riconciliazione, però, deve avvenire nella verità e nella giustizia e questo può avvenire nella maniera perfetta solo con il ritorno di Cristo. Però, già adesso, possiamo essere operai della riconciliazione tra gli opposti che non si parlano, che non condividono esperienze e che a volte si combattono. Diventa allora vera quella triste profezia dei Salmi 119,7: “Io sono per la pace, ma quando ne parlo, essi vogliono la guerra”. Cominciamo, allora a disinnescare quanto segue: le polemiche inutili, gli odi tra fratelli, le persecuzioni per motivi religiosi, ecc. In conclusione, Dio vuole una umanità riconciliata con Lui. E qui sta il dilemma: se si è con Cristo, si cerca questa grande cosa di lassù dove sta Cristo seduto alla destra del Padre (cfr. Colossesi 3,1). Questa grande cosa è la pace (dono all’umanità e ai singoli da parte) di Dio e con Dio che ci trasforma in uomini del presente di Dio e dell’attesa di Cristo, di un paradigma di pace autentica perché nasce dall’amore nel contesto della riconciliazione.

22 aprile 2021: Fede e libertà (L490)

Questa settimana vorrei riflettere sul tema della libertà dell’uomo, specialmente in rapporto alla fede. Con la nostra nascita, siamo come “gettati nella libertà” cioè lanciati e abbandonati ad una dimensione difficilissima da gestire.  Vediamo esiti drammatici di questa libertà usata male: le dipendenze (droga, ludopatia, pornografia), i crimini ambientali, la criminalità organizzata in generale, eccetera. In una dimensione più esistenziale e individuale, ecco che la libertà è un’arma a doppio taglio: può essere usata bene o male. Di qui l’importanza della cd. “sfida educativa” che dovrebbe insegnare a usare la libertà o, perlomeno, darci dei valori di fondo che ci permettono di prendere le giuste decisioni nella vita. Per chi ha fede, poi, l’uso corretto della libertà fa sì che sia in gioco la cd. salvezza dell’anima. Il Vangelo (Giovanni 8,32) ci dice che per essere liberi, bisogna imparare a discernere la verità/Verità. Il percorso di fede è la storia di una Verità che si fa storia, che si incarna come si è incarnato Gesù che è il Verbo Vero. Prendiamo su di noi il fardello della libertà assumendoci delle responsabilità. Nella preghiera chiediamo a Dio di riuscire a discernere per vivere appieno la dignità dei figli di Dio. Si intrecciano così le due dimensioni: quella umana, cioè la già menzionata sfida educativa e quella divina, cioè la combinazione tra libero arbitrio e grazia. E mi limito a richiamare questo grande tema teologico, concludendo. Oggi vediamo che la Chiesa ha perso il monopolio – se mai è esistito – della educazione alla libertà. I filosofi si interrogano e rispondono in vario modo a questa problematica. La dimensione cristiana rimane come contributo importante, tracciando un percorso di libertà e verità che, perlomeno, non tradisce e non induce a tradire.

15 aprile 2021: Sull'amore nella fede cristiana (L489)

Oggi voglio riflettere sul nesso tra l’amore naturale, diciamo puramente umano, e l’amore nella fede cristiana che si pratica nel contesto della rinascita dall’alto di cui al dialogo fra Gesù e Nicodèmo che leggiamo in questi giorni nel Vangelo secondo Giovanni. Certamente, lo Spirito senza il quale non possiamo fare molto, senza il quale restiamo confinati alla dimensione terrena, naturale e carnale, ci aiuta a mettere l’amore umano al servizio del trascendente. E ciò significa che le direttive da seguire per amare veramente e cristianamente passano per l’osservanza della Parola come ci ricorda la Scrittura di questa domenica (seconda Lettura). Questo amore cristiano mi pare si articoli lungo tre direttive: l’amore-dono, l’amore-servizio e l’amore-carità. Brevemente, possiamo affermare fondatamente che in Gesù vediamo perfettamente realizzate queste tre direttive e prospettive che Gesù, nello Spirito, ci chiama a vivere. L’amore-dono implica imitare Gesù che nel dare tutto ciò che era e che aveva, si è fatto dono. Il dono di sé stesso è la risposta di Dio ai peccati dell’umanità. Questo fa riflettere: Dio vince il male umano con il bene-dono-di-sé. La seconda direttiva è l’amore-servizio e anche qui dobbiamo imitare Gesù che è venuto non per essere servito ma per servire (Matteo 20,28). Il servizio si svolge nel contesto dell’amore oppure non è servizio propriamente cristiano. L’amore con cui siamo stati amati dal Signore si deve “ribaltare” sul mondo che Dio ha così tanto amato da dare il Suo Figlio Unigenito (Giovanni 3,16). La terza e ultima direttiva è l’amore-carità verso i fratelli. Non si riflette mai abbastanza sull’amore verso la Chiesa e verso ogni essere umano anche al di fuori di essa. La carità è donare la fede o qualsiasi altra cosa in base a ciò di cui il prossimo ha rettamente bisogno. Ci parlano di questo amore la moltiplicazione dei pani e dei pesci e altri miracoli ed episodi della Bibbia. Quando Gesù ci dice di amarci come Egli ha amato noi, ciò, ripeto, concerne anche l’amore alla Chiesa, a tutti i battezzati e specialmente ai successori degli apostoli. Questo amore si vede dalla nostra affabilità che pratichiamo l’un l’altro e dalla docilità con cui seguiamo i Pastori santi.

8 aprile 2021: La dimensione corale della identità cristiana (L488)

Nella coralità ecclesiale della fede, della speranza e della carità viviamo la nostra identità cristiana. Per dimensione corale intendo dire, cominciando dalla fede, che crediamo perché facciamo parte del popolo di Dio che crede. La fede, cioè, del popolo di Dio e la nostra fede individuale sono strettamente collegate e questa è garanzia di quella comunione d’amore e di carità di cui parlano gli Atti degli Apostoli che si leggono (prima Lettura) questa domenica. Infatti, leggiamo negli Atti: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra di loro tutto era comune”. Crediamo dunque come e perché prima di noi altri hanno creduto e dopo di noi altri crederanno. Questa è garanzia di una fede retta, esente da storture, come le eresie e, più in generale, le derive solipsistiche. Anche la speranza vive di una dimensione corale. Facciamo parte del popolo di Dio, in esso radicati e fondati, nella speranza e soprattutto e per antonomasia, nella Speranza fondamentale del ritorno del Risorto. Preghiamo durante la Messa: “O Signore non sono degno di partecipare alla tua Mensa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato”. Questa preghiera può anche essere tradotta al plurale affinché l’Eucarestia che riceviamo non sia per noi motivo di condanna ma ci conduca alla vita eterna, Amen. Come popolo di Dio possediamo i beni privati nella carità corale della Chiesa, ritenendoci semplici amministratori di beni che per loro stessa vocazione, sono destinati universalmente a nutrire ogni vivente. In conclusione, questo è il vero rendere gloria a Dio: vivere la fede, la speranza e la carità nella loro dimensione di coralità ecclesiale. Siamo così attori di una “commedia” più grande di noi, una commedia che narra la realtà della Chiesa come sognata da Dio.

1° aprile 2021: La dimensione pasquale, gioia e centro della nostra fede (L487)

La settimana scorsa abbiamo contemplato un Dio che vuole stare con i suoi discepoli, cioè con noi, per condividere la grazia e la gioia dell’Ultima Cena. Come ha sottolineato il mio Parroco, don Claudio, “Il desiderio di Gesù è indicazione preziosa per noi, suoi discepoli … perché noi siamo i beneficiari della Pasqua, della sua morte e resurrezione”. L’ultima Cena contiene dunque l’ennesimo segno e mistero dell’amore di Dio per noi. Questa settimana contempliamo la dimensione pasquale in senso stretto. Vediamo che questa dimensione di andare oltre, di passaggio, di esodo, rifulge in vari aspetti della fede cristiana. Nella discesa di Gesù agli inferi il Sabato Santo, contempliamo l’esodo delle anime dei giusti dell’A.T. verso la Patria Celeste. Questo ci ricorda il nostro esodo, il dies natalis, verso la Patria dei Cieli alla nostra morte. Segni di resurrezione in questo senso molto ampio, sono anche il nostro esodo dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, mediante la fede, nel contesto del dono della grazia, anche questo segno dell’amore profondo e sconfinato di Dio per noi. La Resurrezione di Cristo, infine, precede (e deve temporalmente e logicamente precedere) l’esodo dell’umanità dalla Gerusalemme Terrena alla Gerusalemme Celeste, con la vittoria definitiva e santa del Bene sulle forze demoniache e diaboliche, vittoria descritta dall’Apocalisse di San Giovanni Apostolo.

25 marzo 2021: L'umanità di Gesù nella Sua Passione (L486).

La nostra vita è come un romanzo che racconta una storia declinata secondo due prospettive: quella divina e quella umana. Gesù ci è di esempio in entrambe. Questa domenica vediamo il Gesù della tristezza e della sofferenza che non gli sono state risparmiate per rendere perfetta la nostra salvezza. Per perfezione intendo la possibilità di una vita eroica nel senso cristiano, proprio perché le virtù eroiche sono la nostra meta e sono la realtà che ci è mostrata dai santi (intendo quelli canonizzati). Nessuno che sia imitatore di Cristo infatti può dire di non essere imitatore dei santi. Potremmo anche dire che nell’imitazione di Cristo ci è di aiuto e ci precede l’imitazione dei santi. Guardiamo alla prospettiva umana dal punto di osservazione di tre aspetti: il silenzio di Gesù, la tristezza di Gesù stesso e la sua apparente impotenza di fronte allo scatenarsi del male/Male con tutta la sofferenza che essa comporta. La prospettiva divina, per ragioni di spazio, sarà oggetto del commentino della prossima settimana. Il primo elemento – il silenzio di Gesù – nella Sua dolora Passione mi ricorda il Vangelo di Matteo 5,39: “ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra… “. C’è un tempo favorevole per incontrare Dio e c’è un tempo in cui il male prevale per quel mistero dell’iniquità che si accompagna alla Storia umana. Gesù – passiamo al secondo elemento – accosta al silenzio la tristezza: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate” (Marco 14,34). La tristezza di Dio, del Figlio di Dio, significa che Gesù non è indifferente ma condanna il male, una condanna che è implicita nel sentimento dell’unico Giusto. Nonostante questa unicità di giustizia del Cristo, anche noi possiamo imitarlo, evitando l’indifferenza di fronte al male che ci circonda e che – a tratti – sembra dominare la Storia umana. Questa iniquità che si accovaccia nell’animo umano, è posta in evidenza anche dalla apparente impotenza di Gesù di fronte ai persecutori. Quando Gesù parla di un abbandono da parte del Padre, citando il Salmo 21,2, è all’apice della Sua umanità. È come noi quando ci sembra che abbiamo perso la fede, quando non riusciamo a credere in un Dio buono ed amorevole, quando sembra che abbiamo preso un sentiero che, nel bosco, fa perdere le sue tracce.

18 marzo 2021: Povertà e condivisione (L485)

La fede è anche fare esperienza di una rivelazione liberante, la rivelazione da noi accolta che annuncia il nostro essere figli di Dio, l’unico Padre, l’unico Figlio e l’unico Spirito Santo secondo il dogma trinitario. Questa esperienza liberante si realizza tramite la condivisione (un concetto cugino rispetto a quello di fraternità, esaltato con la Rivoluzione Francese) che è il nocciolo irrinunciabile della povertà e della povertà di spirito. Questa esperienza liberante è preceduta dalla consapevolezza della vacuità degli idoli di questo mondo. La condivisione è vivere tutto con spirito di servizio: gestire il tempo e il denaro al servizio di Dio. Imitando in ciò il Maestro che è venuto per servire e non per essere servito (Matteo 20,28). L’esperienza liberante del servizio-condivisione dona pace. La catena di concetti spirituali che sto cercando di tracciare e descrivere, ha il suo epilogo nel vivere da fratelli e da sorelle, arricchendo davanti a Dio (cfr. Luca 12,21). Il Cristo che si è fatto povero per arricchirci. Infatti, 2Corinzi 8,9 dice: “Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”. Si è fatto povero, cioè, tra i vari significati con cui si può interpretare questa espressione, c’è quello di aver preso la nostra natura umana per poter diventare l’Agnello Pasquale che toglie il peccato del mondo, la forma suprema e sublime di condivisione di Dio a nostro favore.

11 marzo 2021: Vittoria e sconfitta nel cristianesimo (L484)

I concetti di vittoria e di sconfitta appartengono più all’era pagana che a quella cristiana. Tuttavia, osservo che molti concetti pagani sono stati rivalutati e riletti in chiave cristiana. Quindi, vediamo se questi concetti di vittoria e di sconfitta abbiano qualcosa da dirci nella luce di Cristo Signore. Osservo, dunque, che la vittoria di Cristo sulla morte non ci salva tutti perché, come ci ricorda il Vangelo secondo Giovanni che leggiamo domenica prossima, la IV di Quaresima, “chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’Unigenito Figlio di Dio”. È, invece, a mio avviso, corretto dire che la Passione e Resurrezione di Cristo ci coinvolgono tutti. Esse interpellano ogni uomo, buono o cattivo, credente o non credente, giusto o malvagio. Per questo possiamo interloquire da fratelli e sorelle con qualunque essere umano per dialogare con il Cristo che è comunque presente in lui. Non c’è amore più grande, infatti, che donarsi nella fratellanza universale per la salvezza delle anime. Tale salvezza implica inevitabilmente contribuire a creare un mondo più giusto. Inutilmente ed erroneamente la salvezza delle anime è stata sganciata e addirittura contrapposta alla giustizia sociale. Concludiamo questo breve commento dicendo che, imitando Dio, vinciamo il male con il bene. (Romani 12,21). Mostrando a ogni essere umano con la predicazione (contemplata tradere) e con la testimonianza la gloria e l’amore di Dio che ci affratellano tutti, vinciamo il male con il bene di modo che nessuno esca sconfitto dal demonio. Con la perseveranza, dunque, salviamo le nostre anime (Luca 21,19) e resistiamo al diavolo ed egli fuggirà da noi (Giacomo 4,7).

4 marzo 2021: Il perdono cristiano (L483)

Il commentino di questa settimana è tutto dedicato al tema del perdono, sia nella sua dimensione diciamo “verticale” cioè il perdono chiesto a Dio, come facciamo ad esempio nel Padre Nostro, sia nella dimensione “orizzontale” del perdono indirizzato ai fratelli.
Nella dimensione verticale cogliamo un aspetto in senso lato “mistico” della vita di fede. La richiesta a Dio di perdonarci sale come incenso al trono di Dio e, se siamo testimoni autentici e credibili della nostra fede di fronte al Padre Celeste, implica un venire a contatto con Dio, un conoscerlo personalmente; per questo parlo di una esperienza in senso lato mistica. La nostra parola (di richiesta di perdono) scuote il cuore di Dio, lo commuove, lo modifica a nostro favore. Tale richiesta di perdono non lascia dunque le cose immutate. Anzi, essa ci ricorda come – in direzione opposta – la Parola di Dio scende su di noi e sul mondo producendo gli effetti in vista dei quali è stata pronunciata, come dice Isaia 55,11: “…così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata”. La parola, dunque, ha sempre un effetto, non esce dalla nostra bocca inutilmente, cioè invano. Essa ci introduce nella vita di Dio, instaura un rapporto con il Dio Vivente e ci inserisce ancora di più nella vita della Chiesa dei santi.
Resta da chiarire un aspetto del perdono indirizzato ai fratelli. Esso ci dona la pace e augura la pace a chi ci ha fatto del male. È, quindi, una manifestazione di quella misericordia, di quella prudenza nel giudicare e nel misurare, che rivela la tenerezza in noi di Dio verso gli altri. E anche questo perdono di dimensione, come si è detto, “orizzontale” alimenta il nostro rapporto con Dio, cioè con Cristo, rendendoci più simili a Lui, alimentando santamente la relazione di sequela con il Signore dei Cieli e della terra.

25 febbraio 2021: Mosè, Elia e l'amore di Dio (L482)

Prima ancora che l’umanità, ed il popolo ebraico in particolare, sentissero parlare di Gesù, Cristo stesso per mezzo del quale è stato fatto tutto ciò che esiste, pregava per l’umanità, forse intercedeva, forse già perdonava i peccati del mondo che avrebbe poi tolto con la Sua morte e resurrezione. Il ruolo esatto di Gesù – figlio di Dio e Dio egli stesso – prima della Sua prima venuta è dunque per me un mistero grande. Nel Dio Uno sussistono il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo fin dall’inizio dei tempi. La relazione d’amore fra le tre Persone della Santissima Trinità è un esempio – un pedagogo superiore alla Legge – per Mosè ed Elia che conversano con Gesù Cristo sul monte Tabor. Certamente, Gesù è oggetto di un amore straordinario di tutti i pii, di tutti i giusti, degli angeli e dei santi fin da che esiste il mondo. Gesù, circondato da questo amore, viene per portare un messaggio di amore e di pace ad un mondo che è, in senso allargato, la patria in cui Gesù non è profeta. Viene accolto da Mosè ed Elia – il che significa che Egli è Re e Dio, come dice l’Apocalisse come Alfa e Omega, sin dall’inizio dei tempi – ma non dalla generazione contemporanea a Gesù stesso, generazione che Gesù chiama malvagia. Certamente Dio ha previsto tutto, anche il rifiuto di Cristo da parte della maggioranza dei pagani e degli ebrei. Infatti, è San Giovanni Evangelista che dice che “Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto giace sotto il mondo potere del maligno” (1Giovanni 5,19). Ma “La legge poi sopraggiunse a dare piena coscienza della caduta, ma laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Romani 5,20). Il che significa che il piano di amore di Dio per l’umanità, per il Creato, è più grande e più forte del peccato che pur in tante vicende – di cui siamo testimoni anche oggi – marchia la Storia dell’umanità”. E l’amore supremo di Dio consiste proprio in questo: Dio ha mandato il Suo Figlio Unigenito come dono d’amore; Dio stesso si è fatto uomo per salvare il mondo dal peccato.

18 febbraio 2021: La Quaresima come tempo propizio (L481)

Gesù ci dona la vita eterna perché produca frutti abbondanti in vari ambiti. Anche attraverso questi frutti, risalta il valore del dono ricevuto perché la grazia di Dio richiede sempre una risposta. È come quando Giovanni il Battista sussulta nel grembo di Elisabetta, nell’episodio della Visitazione. Elisabetta si trova ripiena di Spirito Santo e riconosce in Maria la Madre del suo Signore (cfr. Luca 1,39-45). Quali risposte si aspetta Dio da noi in questa Quaresima? Quest’ultima è kairos, tempo propizio per esultare anche noi nel Signore, cioè per santificare il nome di Dio Padre, per essere ripieni dello Spirito Santo, per accogliere il Messia nella nostra vita, o meglio, per verificare se Gesù è veramente, pienamente, il Signore della nostra vita. In Quaresima, il nostro cammino di fede può subire come una brusca accelerazione, come se la fede progredisse a gradini, a salti, invece che in un movimento omogeneo e continuo. Certo, non mancano i demoni che rappresentano tutte le distrazioni che il mondo intorno a noi ci offre e ci propone. Però, se manteniamo non solo lo sguardo e le orecchie fissi sulla Parola di Dio ma anche il cuore rivolto alla Parola, è come se vedessimo solo la gloria di Dio in noi e nella Creazione. E allora la Quaresima è anche tempo di riconciliazione con il Creato e con i nostri simili. Non mi piace parlare di un ritorno al Padre ma di una fase che mi pare successiva, cioè, un avvicinamento a Dio che richiede siano superate le tentazioni. Quali sono? L’egoismo materialista, una fiducia irresponsabile ed errata nella Provvidenza, la tentazione di mettere al centro il diavolo anziché Dio, come vedremo nei commenti futuri.

11 febbraio 2021: Utilitarismo e fede cristiana (L480)

L’utilitarismo, che mi risulti, non è granché compatibile con la dottrina della Chiesa. Dove c’è la ricerca di tutto quanto l’uomo e la donna possano fare di buono e giusto, si intende la rinuncia all’egoismo solipsistico e l’adesione ad un piano di salvezza che passa attraverso l’amore relazionale, in vista del quale anche, l’essere umano è stato creato. Ma visto che ci occupiamo di ciò che è utile per la salvezza e per una vita buona e dignitosa, se non santa, vediamo di capire che cosa è utile nel cristianesimo più approfonditamente. Innanzitutto l’utilità di Dio e la misura di questa utilità. I latini dicevano: “Est modus in rebus”, che si traduce “c’è una misura in/di tutte le cose”. Siccome la misura di Dio è infinita, non è prevedibile, stimabile e valutabile l’utilità di Dio e forse il concetto stesso di utile non si può applicare al Signore. Circa la fede, per Marx la sua utilità derivava dall’essere “oppio dei popoli” cioè grossomodo l’equivalente di una pastiglia di calmante. Quanti di noi vivono la fede in modo utilitaristico? Cioè solo per il suo effetto di consolazione psicologica? Quindi, va chiarito il significato della ricerca di Dio che è la cosa più nobile e disinteressata che si possa fare. Questa ricerca parte dalla nostalgia del Creatore, da un impeto di gratitudine per la nostra creazione e per l’amore che lo Spirito Santo ha seminato nel nostro cuore. E, allora, attrezziamoci con le armi della fede, della speranza e della carità per vivere la fede in adesione gratuita (non utilitarista, appunto) a Dio con tutto il cuore, l’anima e la mente, come ci insegnano a fare la Scrittura e la Chiesa.

4 febbraio 2021: Noi e le realtà invisibili (L479)

In questo commentino mi soffermo sul nostro rapporto con le realtà invisibili. La loro importanza risulta chiara partendo dal Battesimo che ci dona lo Spirito Santo, cioè uno “strumento” per fare crescere la nostra fede per tutta la vita, in un modo a Dio gradito. Il Battesimo crea un ponte con Gesù stesso, tramite la grazia santificante che è opera in noi di Gesù per mezzo del Santo Spirito. Sappiamo che ci sono anche realtà invisibili negative, gli spiriti del male che, dice San Paolo, abitano nelle regioni celesti. Efesini 6,12, infatti, dice: “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. Grazia di Dio e lotta contro gli spiriti del male si intrecciano sino alla nostra morte. L’interazione sbagliata con le realtà invisibili che abbiamo chiamato “negative” rischia di indebolirci e di portarci ad esiti drammatici come il suicidio, la depressione, l’infelicità, la sterilità spirituale. Tutte queste cose negative non sono in nessun modo una punizione di Dio, ma dolori che noi stessi ci procuriamo. 1Timoteo 6,10, infatti dice: “L'attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori”. Ecco che c’è un legame chiarissimo tra l’attaccamento al denaro e i dolori (chiamiamoli di origine spirituale) che deprimono la nostra esistenza.

28 gennaio 2021: Ancora sul rapporto tra ebraismo e cristianesimo (L478)

Oggi torno sul rapporto tra ebraismo e cristianesimo, un tema che – come sa chi mi conosce – mi sta molto a cuore.
La meditazione su ciò che ci divide dagli ebrei si accompagna in modo ormai naturale a quanto invece ci accomuna. Condividendo una larga parte dell’Antico Testamento, possiamo far sì che questa circostanza diventi un segno di amore reciproco. In particolare, si stanno diffondendo e affermando commenti alla Scrittura ebraica fatti a due mani da un rabbino ebreo e da un teologo cristiano per confrontare poi proficuamente le diversità di vedute. Ciò che ci divide è, dal punto di vista cristiano, la consapevolezza che gli ebrei (o perlomeno gli ebrei saggi e giusti, perché esistono anche ebrei che non sono né saggi, né giusti) si convertiranno a Gesù quando nel Suo secondo Avvento salverà – tramite il Giudizio che chiamiamo universale, appunto – tutto il mondo. Veniamo al tema se Gesù amasse i fratelli ebrei. Gesù era certamente indignato per la decadenza del giudaismo ad una serie di pratiche esteriori che rischiavano di prendere il posto (e spesso prendevano il posto) della conversione del cuore. Perciò, Gesù ci ha detto di glorificare e adorare il Padre in Spirito e Verità (Giovanni 4,23). La verità condanna coloro che hanno crocifisso il Signore: l’amore, però, è così potente da trasfigurare questa verità nella luce della futura conversione del popolo ebraico al cristianesimo. Il perdono di Gesù dalla Croce, la preghiera rivolta al Padre, “perché non sanno quello che fanno” è, infatti, fondata su tale amore di cui stiamo parlando.

21 gennaio 2021: A Dio appartengono tutti gli esseri umani (L477)

Dedico le parole che seguono ad un commento libero e non alle Letture di domenica 24 gennaio.
Siamo consapevoli, come credenti, che a Dio appartengono tutte le cose create e specialmente l’essere umano. Anche il peggior peccatore appartiene a Dio! Per questo, forse, il Vangelo dice che Dio “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Matteo 5,45). Dio è veramente padre di tutti!!! Vorrei soffermarmi, tuttavia – nella chiave interpretativa appena detta – sul fatto che ogni essere umano è immagine e somiglianza di Dio. A mio avviso, questo significa tutta la potenzialità di bene che ogni essere umano ha per natura. Ferma restando – dato il Peccato Originale – la necessità della grazia di Dio per compiere pienamente il bene, sotto vari aspetti si estrinseca e si manifesta questo essere fatti ad immagine e somiglianza del Creatore. Innanzitutto come possibilità di bontà del nostro cuore che si manifesta nelle azioni buone. In secondo luogo, come possibilità di fede nell’ambito della consapevolezza e del pensiero religiosi. In terzo luogo, come possibilità di salvezza, tanto è vero che Gesù scende il sabato santo nello Sheol per chiamare a sé i giusti dell’Antico Testamento. Infine, come agape verso i fratelli e le sorelle di tutto il genere umano. Specialmente nell’amarci tra cristiani come Cristo ha amato noi.

14 gennaio 2021: Lo sposalizio con Dio (L476)

Gesù ci chiede di seguirlo verso una meta che non conosciamo pienamente. Proprio la fede ci richiede un atteggiamento di abbandono fiducioso; un lasciare le nostre certezze per sposare misticamente Dio stesso, anche se siamo dei laici. Ora, questo commento è dedicato a questo sposalizio, a ciò in cui a mio avviso esso consiste. Innanzitutto, fin dalla nascita noi abbiamo amato Gesù Cristo senza magari rendercene conto. Come Samuele nella prima Lettura di questa domenica, abbiamo scambiato la voce di Dio come voce di uomini. E allora, il primo requisito per comprendere lo sposalizio di cui parliamo, è capire che il Signore ci parla e ci chiama. Il secondo requisito è sentirci suoi figli amati, adottati non per i nostri meriti (magari terreni, nella carne) ma adottati secondo lo Spirito. Il terzo requisito è capire la libertà cui siamo chiamati che è la libertà di proclamare la nostra coerenza e di praticarla nel seguire lo Spirito stesso piuttosto che ubbidire ad alcune logiche del mondo. Il quarto requisito è l’ubbidienza che va intesa come già detto come coerenza tra l’amore al Signore proclamato con la bocca e le prassi esistenziali. Il quinto requisito è rappresentato, sempre a mio avviso, dalla gratitudine verso il Signore che ci ha salvati con un giudizio eterno, con una parola irrevocabile. Il sesto requisito è comprendere a fondo la bontà del Signore che dovremmo cercare di imitare. Il settimo e ultimo requisito è la santità di Dio che non è eguagliata da nessuna delle potenze né di questo mondo, né del Cielo.

7 gennaio 2021: Il mistero d'amore nel Battesimo di Gesù (L475)

Si è aperto ieri, 6 gennaio 2021, con una solenne Messa a Bologna l’anno giubilare per gli 800 anni dalla morte di san Domenico di Guzmán, uno dei santi da me più amati, assieme a san Gregorio Magno (indimenticabili le sue Omelie sui Vangeli) e san Giovanni Bosco. San Domenico rappresenta per me la verità e la dottrina cristiane oggi proposte e non imposte ad alcuno. San Gregorio Magno lo vedo come maestro di vita e di sapienza. San Giovanni Bosco lo vedo come maestro di carità e di amore. Fatta questa premessa vorrei dire due parole sul rapporto tra mistero e amore cristiani. Un rapporto che è presente anche nel Battesimo di Gesù che è un mistero d’amore e vorrei precisare in che senso lo intendo. Ovverossia, come atto di discepolato che inserisce Gesù nella storia dei giusti di Israele, anche se l’Israele dell’Antico Testamento non ha mai riconosciuto Gesù come Giusto fra le Nazioni, anzi … Eppure Gesù non vuole sentirsi superiore ai tanti credenti nel giudaismo del suo tempo, ma con atto di grande umiltà sta sottomesso al Padre come discepolo ubbidiente ed è oggi esaltato da noi cristiani per la sua povertà di spirito e per la sua umiltà. Il rapporto di amore fra credenti è fatto così: l’umiltà della sottomissione si fa amore nel momento in cui l’amato e l’amante sono disponibili ad uno scambio perfetto. Cioè, l’essere disponibili ad arricchirsi reciprocamente in una “competizione” per la santità che ci accompagna in Paradiso, tutti assieme.
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