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23 settembre 2021: fede e sentimenti umani (L512)

I sentimenti umani nella loro variopinta declinazione appartengono anche al cristiano. Fiducia e sfiducia, calma ed ansia, leggerezza e pesantezza del cuore, eccetera, sono stati d’animo compatibili con la fede. Anche situazioni più o meno gravi ma comunque patologiche come l’ansia nevrotica e la depressione possono accostarsi alla vita del credente e diventare invasive dell’animo e del cuore umano. Senza voler invadere il compito che spetta alla scienza psicologica e psichiatrica, mi fermo a constatare che il cristiano se non si disumanizza da sé stesso, viene umanizzato dalle vicende della vita per crescere nella maturità umana e nella fede. Amicizie e inimicizie, simpatie ed antipatie, e altre situazioni ci dicono che l’uomo cristiano è incardinato in Cristo certamente ma anche è “culturalmente e storicamente inculturato”. Basti pensare alle diverse opinioni politiche presenti nel cristianesimo e nel cattolicesimo in particolare. Il cristiano, però, allo stesso tempo, si ricorda sempre di essere nel mondo – nel senso in cui ne stiamo parlando – ma di non essere del mondo (cfr. Giovanni 15,18-19). E allora bisognerà pur trovare dei momenti in cui ci si apparta dal mondo per restare soli con Dio nella preghiera e nella meditazione. Gesù spesso si ritirava da solo a pregare. Questo restare soli con Dio è importante per ricaricarsi e rigenerarsi. A volte, basta spegnere la televisione e scollegarsi da internet e dire due o tre o dieci Padre Nostro e Ave, o Maria per sé stessi e/o per una persona cara. Non dimentichiamoci in questi momenti di pregare per i nostri pastori, per l’Arcivescovo, per il Papa. Così saremo veramente Chiesa se nella preghiera e nella meditazione viviamo la comunione dei credenti e dei santi cui Dio ci ha chiamati dal concepimento, anche se a volte noi ce ne dimentichiamo (colpevolmente).

16 settembre 2021: andare incontro a Dio o fuggire da Dio (L511)

L’esperienza umana è caratterizzata da due movimenti frequenti: l’andare incontro a qualcuno e il fuggire da qualcosa. Dio viene incontro all’uomo come si legge nell’Apocalisse di San Giovanni 1,7: “Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Sì, Amen!”. Il diavolo invece fugge, come si legge in Giacomo 4,7: “Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi”. L’uomo, da parte sua, può andare incontro a Dio e sottomettersi a Lui, o fuggire da Dio e nascondersi da Lui, come fa Adamo nel Paradiso Terrestre, dopo aver peccato insieme ad Eva. Ma anche nel peccato, anzi, soprattutto nel peccato, l’uomo può scegliere di fuggire lontano da Dio o di andargli incontro. La fiducia nell’amore misericordioso del Signore, unita alla fede, ci spinge ad andare sempre incontro a Dio. Nella conversione del cuore al Dio unico emerge una grande pace e il desiderio di andargli incontro portando a Lui tutto noi stessi, anima e corpo, santità e peccato. La vita dominata dalla paura, invece, porta alla meschinità del cuore, come leggiamo nel Vangelo, Matteo 25, 24-25: “Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo”. In materia di fede, la paura è una cattiva consigliera. Per questo la fede ci suggerisce di avere fiducia in Dio nella buona e nella cattiva sorte. Andando verso la sua Passione, Gesù sa di andare incontro al Padre; è questo, mi pare, il significato di quanto Gesù stesso dice in Giovanni 12,27-28: “«Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!»”.

9 settembre 2021: Amore, smarrimento, salvezza (L510)

Certamente l’esperienza di smarrimento di fronte ad una volontà divina che nell’immediato non comprendiamo pienamente, fa parte della vita di fede (cfr. Matteo 8,26). Però, l’amore di Dio ci sorregge per superare la prova nella fede. Dio non salva a parole ma con i fatti e nella verità. Lo vediamo nell’esperienza degli apostoli e finanche nella vita di Gesù in rapporto al Padre. Quando – in ordine agli apostoli – si scatena nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde (Matteo 8,24), gli apostoli svegliano Gesù dicendogli: “Salvaci, Signore, siamo perduti!”. Sappiamo come Gesù risponde e come la vicenda si conclude leggendo i paragrafi seguenti rispetto a quelli citati. E allora, esaminiamo lo smarrimento di Gesù nel Getsemani; in Matteo 26,39, Gesù dice: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io ma come vuoi tu!”. Per comprendere perché il Padre tolleri che il Figlio amatissimo cada nelle mani dei peccatori, è necessario forse rappresentarci l’amore grandissimo che Dio ha per i peccatori tanto da offrirsi di morire per gli empi (cfr. Romani 5,7-11). Se Gesù ha predicato l’amore per i nemici (Matteo 5,44), significa che a fortiori Dio ama i propri nemici e cerca ogni via praticabile per salvarli. Si aprono allora scenari teologici più grandi di noi per cui concludo con un’ultima riflessione. Mi pare centrale il fatto che crediamo (come ripetiamo durante la Messa) che il Cristo-Dio si offre volontariamente alla Sua Passione. La volontà di Dio è una volontà di amore perché la Croce diventi una via invincibile di incontro con Dio e, dunque, di salvezza. La Croce, cioè, è vittoria certa contro il Nemico che semina zizzania, ma senza conseguire nessun risultato a suo favore grazie alla morte e Resurrezione del Maestro, Cristo Gesù.

2 settembre 2021: Bellezza e sofferenza (L509)

L’esperienza di fede, la vita che ne consegue, è un miscuglio inestricabile – un po’ come l’erba buona e la zizzania – di bellezza e sofferenza. Pensiamo, a titolo di esempio, alla Croce del Signore. Essa è un trono in cui si compie la Redenzione dell’uomo e in tal senso essa è bella perché apice della sapienza. Allo stesso tempo è sofferenza, quella sofferenza che Gesù sperimenta sin dal Getsemani. Anche le virtù umane cristiane che discendono “a cascata” dalla Redenzione sono mescolate alla sofferenza, sia per il peccato nostro, sia per il peccato altrui. Quando dal prossimo speriamo fiducia, calore umano e amicizia e invece raccogliamo zizzania, cioè, ad esempio, invidia, allora soffriamo. E naturalmente la persona pia e prima o poi ogni essere umano (si spera) prova dolore per il peccato proprio. Questo senso del dolore per il peccato proprio, questa delusione circa noi stessi, può tradursi in una catarsi che conduce alla contrizione del cuore di fronte a Dio e quindi a Dio stesso, nella fede. In conclusione, possiamo affermare che c’è sicuramente un modo di seguire Dio – un modo santo, potremmo dire – di vivere sia la bellezza, sia la sofferenza. Offriamo a Dio tutto ciò che di bello sperimentiamo nella vita di fede perché Dio stesso conduca il tutto alla perfezione (cfr. Matteo 5,48). E per quanto riguarda la sofferenza indotta dal peccato altrui, preghiamo per chi pecca, non come gli stolti e gli ipocriti, che pregano per sentirsi superiori agli altri, ma per avere una maggiore consapevolezza che siamo tutti (e sottolineo tutti) peccatori perdonati; consapevoli però che nulla di peccaminoso può impedirci di attingere alla salvezza procurataci da Cristo, purché ci convertiamo all’amore di Cristo per noi, come rivelato dai Vangeli in modo convincente e, ancor di più, infallibile (come infallibile, cioè, è l’amore di Dio).

26 agosto 2021: Purificazione del cuore (L508)

Un Vangelo, quello di questa XXII domenica del Tempo Ordinario, che ci incoraggia grandemente sul cammino e sul senso cristiano della vita e della fede. Ma solo se siamo disposti a “prendere il controllo” di noi stessi, cioè del nostro cuore. Se ci concentriamo sulle tempeste della vita esteriore, di ciò che ci accade intorno, rischiamo di sentirci perduti. Tuttavia è una esperienza che Gesù stesso ha fatto quando al culmine della Passione cita il Salmo 21,2 dicendo “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27,46). Come si relaziona la purificazione del cuore ai sentimenti di dubbio, di incertezza e finanche di “tristezza e angoscia” (Matteo 26,37) che come esseri umani possiamo provare? Purificare il cuore – potrebbe essere la risposta – non è estraniarsi dalla propria umanità, non è fuggire dalla realtà, non è disumanizzarsi. Anzi, la purificazione del cuore che ci rende giusti davanti al Signore per opera della grazia di Dio che opera in noi, ci attira spesso proprio quelle persecuzioni del mondo che sinceramente vorremmo ci fossero risparmiate, ma questo non avviene. Semplicemente perché siamo nel mondo ma non del mondo (cfr. ad es. 1Giovanni 2,15). Ecco allora che procedono assieme: sensibilizzazione del proprio io, purificazione del cuore, umanizzazione del nostro io. Così sperimentiamo l’amore ai fratelli e a Dio e contemporaneamente il cuore puro ci dona la comunione dei santi più bella e intensa che possiamo desiderare. Così, capiamo che la purificazione del cuore è più importante delle tempeste della vita che accadono intorno a noi. Un cuore mite, umile, puro e docile allo Spirito è tutto ciò che deriva dal lasciarci mettere in discussione dall’incontro vitale e personale con il Signore Gesù, dalla autentica conversione cristiana.

19 agosto 2021: Fede e sentimenti umani (L507)

Il Signore maieuticamente trae dal cuore dell’uomo i sentimenti, sia positivi, sia negativi, per portarli alla luce del Suo volto, all’insegna e all’interno della quale luce, anche noi siamo più consapevoli di tali sentimenti. Nella visione cristiana, al peccato sono associati sentimenti negativi: tristezza e sentimenti di colpa. Nell’amicizia con il Signore si trovano invece i sentimenti positivi: gioia, serenità, felicità, godimento, eccetera. A mano, a mano che ci avviciniamo alla santità, progredendo nella “scala” del progresso spirituale, viviamo tutto ciò che ci capita durante la giornata come dono del Signore. E se è dono del Signore, è momento di festa ogni momento della giornata. Un parroco diversi anni fa amava ripetere nelle omelie che Dio è l’essere più felice dell’universo. Non so se sia una sua trovata o un concetto espresso nella Bibbia o da qualche autore, ma effettivamente quello che tale parroco predicava di Dio, potrebbe essere replicato per i santi. Allora, ci viene da domandarci come vivere santamente i sentimenti umani. In parte, la risposta l’abbiamo già data: vivendoli come doni del Signore. Si arriva allora a concepire le fasi “negative” dell’esistenza come crisi, come momento di catarsi, come momento di prova, come passaggio ad una vita spirituale più matura e più consapevole. I sentimenti positivi sono anche associati al nostro grado di maturazione umana. Per questo, un prete mi ha suggerito di pregare sempre san Giuseppe perché mi/ci doni la piena maturità umana. Nell’imitazione di Cristo non c’è spazio per il regresso psicologico, tutto dentro di noi canta e grida di gioia (cfr. il Salmo 64,14) per la fede ricevuta, per l’amore che proviamo verso Dio e il prossimo, per l’amore di Dio verso di noi, eccetera.

12 agosto 2021: Percorsi di Grazia (L506)

Più proseguiamo nel cammino di fede, più ci rendiamo conto della nostra piccolezza. Eppure siamo preziosi agli occhi di Dio che ci ama di un amore grande che non saremmo mai in grado di procurarci per i nostri meriti. In forza di questo amore, sperimentiamo percorsi di Grazia che arricchiscono la nostra vita spirituale enormemente e che edificano la nostra persona sul piano umano, sulla strada della fede, principalmente attraverso l’umiltà.
Il primo momento di grazia è quella illuminazione che ci fa capire di essere stati creati da Dio e di far parte di quel Regno di Dio che è “giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Romani 14,17). Il battesimo, l’eucarestia, la confessione sono momenti importanti, anzi fondamentali, della vita cristiana perché ci segnano per il giorno della redenzione (Efesini 4,30) purché non rattristiamo lo Spirito Santo di Dio (idem).
Nella Bibbia troviamo ammonizioni severe per chi riceve l’eucarestia in modo erroneo sino a non riconoscere il corpo del Signore e attirandosi così una condanna (1Corinzi 11,29). Si tratta di un peccato che può essere superato con una maturazione nella fede, seguita dalla Confessione.
Se non c’è grazia più grande dell’essere amati dal Signore, anche il ricambiare questo amore è un’esperienza di grazia. Ricambiare significa vivere dei desideri dello Spirito che portano alla vita e alla pace (Romani 8,6). La vita di fede implica che ad un certo punto troviamo la forza, proprio grazie ai sacramenti – prima fra tutte, l’eucarestia – di non vivere secondo i desideri della carne che portano alla morte (idem).
Il nostro climax, cioè quella progressione ascensionale nella grazia che ci avvicina sempre di più alla vita divina, implica l’essere guidati dallo Spirito e anche questa è una esperienza fondamentale di grazia (Giovanni 16, 7 e 16,13), sino al punto di compiere cose “più grandi” (Giovanni 14,12).
Come ultimo momento di grazia vorrei citare la preghiera. Quel dialogo, cioè, con Dio in cui, senza inganni e simulazioni, riconosciamo i nostri errori e lo supplichiamo di condurci alla salvezza come possiamo dire durante la Messa quando il sacerdote innalza pane e vino consacrati: “Signore, l’eucarestia che sto per ricevere non sia per me motivo di condanna, ma mi conduca alla vita eterna in paradiso, amen”, cioè alla vita definitiva nella grazia.

5 agosto 2021: Percorsi ecclesiali (L505)

Percorsi ecclesiali, ovverossia, perché camminare nella Chiesa e come camminarvi. Innanzitutto, mi pare di poter affermare che la Chiesa è un mistero di umanità redenta. Cioè, è un mistero d’amore. Mistero di umanità e mistero d’amore sono all’incirca la stessa cosa. Ora vediamo che tutto ciò che minaccia questo legame d’amore che è (dovrebbe) caratterizzare tutti coloro che sono nella Chiesa, è una grave struttura ecclesiale di peccato. La più grande minaccia per tale legame è quella che potremmo chiamare la “aridità spirituale” che è propria di alcuni laici e, purtroppo, ci piange il cuore nel riconoscerlo, anche di alcuni sacerdoti. Per aridità spirituale intendo dire una situazione di indifferenza all’amore che Dio ha per noi e che deve/dovrebbe riflettersi nell’amore alla Chiesa e all’interno di essa. Non è necessario citare i passi del Vangelo che ne parlano perché fin troppo noti. La modalità di questo amore è la stessa che Gesù ha avuto per i suoi discepoli. Cioè, è l’amore nella carità così ben descritto da San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (13,4-8). E allora abbiamo bisogno di un pedagogo che ci guidi, che ci alleni come atleti che devono conquistare il premio (1Corinzi 9,24), per imparare a stare nella Chiesa stessa. E questo pedagogo è lo Spirito Santo che sempre è presente nei sacramenti. Ora, c’è la terribile, drammatica libertà, di ignorare lo Spirito per abbandonarsi ai vaniloqui e alle illusioni del mondo e della carne. Seguendo lo Spirito, viviamo nella consapevolezza che siamo figli di un Dio incarnato. Un Dio che in tale incarnazione ha potuto prendere su di sé i peccati del mondo e farsi povero per arricchirci. Dobbiamo dunque vegliare su noi stessi con l’aiuto dello Spirito e con la consapevolezza della preziosità immensa del sacrificio del Redentore.

29 luglio 2021: I frutti della Grazia e dello Spirito (L504)

Offro un’ultima riflessione sullo Spirito Santo; questa volta incentrata sul rapporto tra Spirito e Grazia. Lo faccio dal duplice punto di vista del rapporto con il prossimo e del rapporto con Dio.
In ordine al rapporto con il prossimo, la vita di ogni essere umano, ma soprattutto la vita del cristiano, è come una rete che presenta tanti incroci. Ogni incrocio è l’incontro con l’altro che deve avvenire, secondo il Vangelo e la Scrittura in generale, nell’amore. Questo amore è, ad ogni incontro con il prossimo, motivo di gioia se avviene nella grazia che dona lo Spirito. La grazia ha così occasione di manifestarsi nel suo volto concreto di attenzione e di dono. Dopo ogni incontro, abbiamo bisogno di un momento di meditazione che, eventualmente, include anche la purificazione dalle scorie dell’errore e del peccato. Amiamo disinteressatamente? Amiamo alla luce del giusto timore di Dio? Amiamo in modo non superficiale? Amiamo in modo da desiderare più di ogni altra cosa la salvezza integrale di chi abbiamo incontrato?
In ordine, invece, al rapporto con Dio, il rapporto tra Spirito Santo e Grazia ci dice che abbiamo bisogno di entrambi per resistere al diavolo che, dunque, “fuggirà via da noi” (Giacomo 4,7). Certamente siamo insidiati e per questo la forza della fede ci è necessaria per rimanere saldamente legati a Dio Onnipotente. C’è il rischio, inoltre, di estraniarci dalla vita ecclesiale e di fede come dice il Vangelo, a causa del “sopraggiungere delle preoccupazioni del mondo e dell'inganno della ricchezza e di tutte le altre bramosie, [che] soffocano la parola e questa rimane senza frutto” (Marco 4,19). In conclusione, i frutti che offriamo a Dio si scolpiscono nel nostro cuore a beneficio della nostra anima in eterno.

22 luglio 2021: Lo Spirito Santo e la Gloria di Dio (L503)

Riflettendo ancora sullo Spirito Santo come negli ultimi commenti, vorrei spendere due parole circa il rapporto tra lo Spirito e la Gloria di Dio. Non mi pare vi possano essere dubbi sul fatto che la Gloria di Dio entra (prepotentemente e dolcemente allo stesso tempo) nella vita di ogni essere umano e nella Storia collettiva con la potenza dello Spirito. Ogni volta che contempliamo Dio nei segni del Messia Gesù – seconda Persona della Santissima Trinità – siamo invitati ad entrare nella dimensione della Gloria di Dio stesso. L’Apocalisse di San Giovanni esprime molto bene questo diventare familiari di Dio, questo entrare appunto nella Sua Gloria, dicendo: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.” (Apocalisse 3,20). La cena come momento conviviale ci ricorda anche le nozze di Cana (cfr. Giovanni 2,11), lo sposalizio degli invitati alle nozze (cfr. Matteo 9,15) e la parabola degli invitati indegni al banchetto nuziale (cfr. Matteo 22,8). È proprio entrando nella dimensione dello sposalizio con Dio, cioè appunto nella dimensione della Sua Gloria, che rigettiamo la logica della carne e adottiamo la logica dello Spirito (Giovanni 6,63). All’interno della logica della Gloria non vi è nulla di cattivo, né peccato, né errore. Grazie alla Gloria che viene a noi con i carismi dello Spirito, siamo nel mondo ma non del mondo. Cioè, siamo consapevoli dell’amore di Dio per noi, Suoi figli, che vuole per noi un destino che glorifichi il Suo Nome. E allora, all’interno della Gloria di cui si parla, siamo come scolaretti che apprendono la logica di Dio, cioè la logica vincente del dono gratuito di sé e dell’amore a Dio e al prossimo, come Gesù ha annunciato tali cose.

15 luglio 2021: Spirito e riconciliazione (L502)

In questo commentino vorrei riflettere sul rapporto tra Spirito Santo e riconciliazione: riconciliazione dell’umanità con Dio e riconciliazione del singolo fedele con Dio stesso. Cominciando dal secondo aspetto, lo Spirito Santo che dona la fede alla persona che si converte è il luogo di incontro tra il singolo fedele e Dio. Lo Spirito Santo ci attira a sé operando nella vita di ciascun essere umano. In tal modo, per i meriti di Cristo e per opera dello Spirito, la riconciliazione con Dio è una predisposizione naturale di ogni essere umano. Se ammettiamo che anche i non battezzati che non hanno avuto la possibilità di ricevere la fede cattolica con i relativi sacramenti, possono salvarsi, ecco che lo Spirito è il ponte santissimo che può attirare a Dio la persona, uomo o donna che sia, che – secondo la sua cultura specifica – sceglie le vie del bene e della giustizia.
Per quanto riguarda il primo tipo di riconciliazione (giacché ho parlato innanzitutto del secondo elencato), cioè la riconciliazione dell’umanità con Dio, essa è piena e perfetta con il secondo Avvento di Cristo. Tuttavia, nella beata attesa del ritorno del Salvatore, l’umanità deve compiere ogni sforzo per santificare il Nome dell’Onnipotente, con l’aiuto della grazia che i pastori santi e i fedeli santi chiedono a beneficio dell’umanità intera. La grazia che Gesù ha introdotto nel mondo con la sua Passione, Morte e Resurrezione, è uno strumento potente che occorre non sprecare e tantomeno disprezzare. Una Storia umana che si svolge nel segno della riconciliazione dell’umanità con il Signore Uno e Trino è benedetta. Occorre allora confidare in Dio e non nell’uomo perché gli uomini e le donne amati dal Signore possano fare da sentinelle sagge testimoniando e annunciando l’esistenza di Dio a questo mondo distratto e forse anche un po’ “folle”.





8 luglio 2021: Speranza, visione, realtà (L501)

Quando pensiamo al rapporto tra speranza e realtà ci accorgiamo, se siamo persone di fede, che nella dimensione di Dio questi due concetti tendono a coincidere. Infatti, San Paolo dice che “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Ebrei 11,1). Nel corso della vita, tuttavia, è per noi motivo di angoscia il dubbio che la speranza sia vana. E se Dio non ci amasse? E se Di fosse “cattivo”? Ma la fede è fondamento delle cose che si sperano, come abbiamo letto, quindi la fede è destinata a maturare sin quando non abbiamo la certezza non solo dell’esistenza di Dio, ma che questo Dio ha per noi un amore di padre, che Egli è perfettamente buono e giusto. Il Dio di Gesù Cristo, per usarne le parole, è per noi “fratello, sorella e madre” (Matteo 12,50). Queste ultime considerazioni ci conducono al rapporto tra opere e preghiera. Nella preghiera non ci stanchiamo di pregare Dio di condurci Egli stesso, prendendoci come per mano, a compiere la volontà di Dio stesso (idem). Il nostro destino è allora sicuramente il Paradiso dove la liturgia celeste mira a dimostrare ed esporre chiaramente come il premio celeste è ricchezza spirituale piena e completa, perché rivestita totalmente dei doni di Dio. Questi doni sono impensabili e inauditi perché superano qualsiasi immaginazione umana. Non sappiamo ancora bene esattamente cosa siano l’autorealizzazione e la felicità fin quando non siamo nella patria beata dove fede e visione coincidono (2Corinzi 5,7). Il grandissimo San Paolo ci ricorda in proposito che “La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà” (1Corinzi 13,8-10).

1° luglio 2021: Lo Spirito e la Chiesa (L500)

Vorrei dedicare il commentino di questa settimana allo Spirito Santo che è amore e, inoltre, a quell’incontro tra l’umanità e Dio in Gesù Cristo, Dio Egli stesso, da cui nasce la Chiesa. L’umanità, infatti, si incontra con l’Amore a metà strada in Cristo Gesù ed è proprio da questo incontro che nasce la Chiesa. Infatti, come sposo che va incontro alla sposa, il Cristo è il luogo simbolico e teologico tra l’umanità che ama Dio e Dio che ama l’umanità. Chi profana la Chiesa con il peccato, specie, mi riferisco, con il peccato di eresia, deturpa questo luogo in cui Dio e l’umanità si sono incontrati. Veniamo quindi alle promesse che nel contesto di questo incontro Dio fa all’umanità. Il Signore promette all’umanità redenta da Cristo che nella Chiesa e tramite essa si adempie la fedeltà del Signore per sempre al Suo popolo. Il Cristianesimo come è noto nasce come tralcio da una vite che è l’Ebraismo e diventa poi, staccatosi, esso stesso la vigna del Signore. Si vedano la parabola dei vignaioli malvagi ed anche Matteo 15,26. La Chiesa è affidata all’umanità nella persona di Pietro che è chiamato a custodire il bene di Dio. La Chiesa, infatti, appartiene a Cristo. La Chiesa resa perfetta dallo Spirito riflette le Beatitudini e la Carità che Dio-Gesù annuncia al popolo della Nuova Alleanza. Questa Chiesa comprende anche gli angeli e i santi e tutte le anime del Purgatorio e del Paradiso. Tramite la preghiera ogni battezzato può benedire Dio per il dono della Chiesa che è fatta di pietre vive scolpite da Dio nell’amore dello Spirito-Dio. La vocazione profetica, sacerdotale e regale di ogni credente si radica in questo amore che è da sempre ma che da ultimo si è manifestato nel Signore Gesù.

24 giugno 2021: Un Cuore di Madre (L499)

Com’è un cuore di madre? Com’è il cuore della Madonna? Nel descriverlo mi servo di alcuni concetti chiave come la bontà, la riconoscenza, l’altruismo, l’amore disinteressato. Innanzitutto, dunque, il cuore della Madonna – in quanto cuore di madre – è buono. Non c’è in esso la meschinità che a volte è mischiata con la bontà nel cuore dell’essere umano. Questa bontà pura penso sia una grazia che la Madre di Dio ha ricevuto sin dal concepimento dal Padre tramite lo Spirito. Specchiandoci in questa bontà, possiamo far risaltare i nostri difetti sul piano della bontà per progredire nel nostro pellegrinaggio di fede. In secondo luogo, sembrerà strano che io affermi che il cuore della Madonna è riconoscente. Non come la riconoscenza umana anche qui; quest’ultima infatti è sempre imperfetta. La Madonna è riconoscente verso Dio innanzitutto ma anche verso di noi per le preghiere che Le rivolgiamo, per le azioni buone che compiamo. Ella – la Madre Santa di Dio – intercede per noi anche per riconoscenza ogni volta che la invochiamo. La Madonna non resta cioè indifferente di fronte al bene che facciamo. Le azioni buone ci procurano una grazia maggiore e speciale per l’intercessione Sua santissima. In terzo luogo e quarto luogo il cuore della Madonna è altruista e disinteressato. Se qualcosa possiamo dare, offrire, a Lei è il nostro desiderio di essere santi, la nostra sete di giustizia. La Madonna ci dona queste cose senza chiedere nulla in cambio. Certo, la psicologia della Madonna è diversa da quella umana tanto essa è stata condotta alla perfezione con la Sua santificazione da parte di Dio. Tuttavia, tale psicologia, comunque la vogliamo interpretare, è uno specchio a cui possiamo volgere il nostro sguardo umile per tutta la vita, in attesa di poterla contemplare nei Cieli.

17 giugno 2021: Meditazione, preghiera, contemplazione (L498)

Abbiamo bisogno della verità di Dio per fare verità nella nostra vita. Questo perché, per i credenti, non è sufficiente rispondere alla nostra coscienza, almeno se riteniamo che essa non sia “superiore” a noi ma sia una componente di noi stessi, del nostro io. Per scrutinare la nostra vita, per condurla su strade buone e giuste, c’è bisogno di pensare ad un essere superiore che è Dio appunto. Questa è una meditazione degna di essere pensata prima di accedere ad altri due gradini della esperienza spirituale: la preghiera e la contemplazione. Una volta che, meditando, ci siamo convinti della esistenza di Dio, ci poniamo il problema di come pregarlo adeguatamente. Poiché Dio sa già per definizione ciò di cui abbiamo bisogno, non è il caso di sprecare troppe parole “come fanno i pagani”, ammonisce Cristo in Matteo 6,7. Abbiamo bisogno di essere illuminati circa le strade da prendere per fare quel pellegrinaggio santo che ci conduce alla presenza di Dio già qui sulla terra e poi alla nostra morte corporale. Dopo la meditazione e la preghiera, ecco che arriva la fase della contemplazione. Giobbe (19,25-27) dice: “Io lo so che il mio Vendicatore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno”. Di san Domenico di Guzmàn si dice che o parlava di Dio o parlava con Dio. Però, l’esperienza della contemplazione, se certamente raggiunge la massima intensità nei santi mistici, è possibile per ogni credente. Poiché Dio abita in noi (cfr. Giovanni 14,23), lo contempliamo sia in noi, sia fuori di noi. Contemplando Dio, il nostro cuore si allarga e l’anima raggiunge vette di perfezione inaspettate.

10 giugno 2021: Costruttività e distruttività nell'esperienza cristiana (L497)

Nella vita emotiva, nella vita del cuore e della mente, spesso abbiamo a che fare con “tempeste” distruttive o costruttive. Le prime, quelle distruttive, vanno dalla semplice tristezza alla depressione, dall’annullamento del nostro io percepito alla tentazione (e purtroppo, talora, alla realizzazione) del suicidio. Le tempeste distruttive non vengono mai da Dio, secondo me; sempre dal nemico del genere umano e dal nostro nemico. Il nemico, una entità cioè che è puro odio volto all’annichilimento di ciò che è buono. Con il tempo, con la pratica religiosa (comprendente, come è ovvio, l’assiduità nella Parola, la direzione spirituale, la preghiera eccetera), si possono eliminare le pulsioni distruttive. Le pulsioni costruttive ci inseriscono nella vita della grazia e, negli stadi superiori, nella sequela di Cristo. Cristo-Dio è pura creatività costruttiva. Una parola che esce dalla nostra bocca e che dà vita allo sfiduciato (consolazione degli afflitti), una parola che costruisce la verità (in dialogo con i dubbiosi), una parola che corregge amorevolmente (i peccatori), una parola che istruisce chi è nell’errore o nell’ignoranza, una parola di riconciliazione e di perdono, una parola di bontà nonostante il fastidio che ci procurano le persone moleste, una parola di preghiera per i vivi e per i morti. Abbiamo così richiamato ed enumerato le opere di misericordia spirituale, parola di vita. La parola costruttiva dona libertà, verità ed esistenza. Con l’aiuto della grazia ci fa crescere all’interno del Regno di Dio conducendoci ad una vita piena e autentica di successo spirituale.

3 giugno 2021: Contempliamo la bontà di Dio (L496)

Quando ci si accinge a scrivere della bontà del Signore, come sto facendo, il tema ci appare immenso. Il rischio è quello di divagare dicendo cose ovvie. Nel tentativo che sto conducendo da anni di evangelizzare su internet, non si può tuttavia omettere di parlare della bontà di Dio, uno dei suoi attributi più importanti, proclamato dallo stesso Gesù in relazione al Padre: “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti” (Matteo 19,17). Premetto che più si tenta di evangelizzare, più emerge anzi direi irrompe dentro di noi la esigenza di evangelizzare noi stessi. Quindi, si fa un viaggio assieme a chi mi legge per indagare la bontà di Dio, bontà che regge il mondo. Vorrei sottolineare solo tre aspetti della bontà di Dio: la bontà in quanto legittima la Sua onnipotenza, la bontà in quanto ci fa dono della Sua Parola e la bontà in quanto ci apre le porte del Paradiso. Sono convinto, quanto al primo punto, che nessun Essere superiore può essere Supremo ed Onnipotente se non è buono. Se non fosse buono, la terra e il cosmo tutto non esisterebbe, semplicemente. La bontà, infatti, non è egoista ma si dona creativamente e la creatività di Dio si manifesta nell’universo che esiste e per l’uomo e la donna che hanno vita in esso. Quanto al secondo punto, il Signore Uno e Trino rivela sé stesso. Come Dio geloso, ci chiede di custodire la Sua Parola con amore. Si parla, infatti, poco dell’amore per la Parola di Dio. Eppure, per questa parola noi abbiamo l’autocoscienza, cioè la consapevolezza di essere la Sua creatura. La Parola di Dio, in altri termini, ci svela chi siamo prima di ancora di svelarci chi è Dio. Quanto al terzo aspetto, l’esistenza di un Paradiso pronto ad accoglierci, diciamo che il Paradiso sono le mani stesse di Dio che si tendono a noi per abbracciarci dopo la morte. Entriamo così nella bontà stessa di Dio in visione (cfr. 2Corinzi 5,7) per contemplare la Sua bontà, come se potessimo vederla con i nostri stessi occhi.

27 maggio 2021: Alla ricerca della santità (L495)

Nel battesimo siamo chiamati alla santità, ma come si cerca in concreto la santità? Qui di seguito voglio offrire non una risposta esauriente, ma solo alcuni spunti di riflessione per una auto-analisi che spero efficace.
Possiamo cercare la santità mediante alcuni “mattoncini” che costruiscono la nostra persona come “casa” della santità.
1) La rinuncia a Satana. Questa rinuncia è presente nel battesimo ma poi, a mano a mano che cresciamo, dobbiamo affrontare il buon combattimento della fede, tutta la vita, contro gli spiriti del male. In merito, sono importanti la preghiera e la Confessione.
2) Cercare Dio negli ultimi. Questo “mattoncino” implica di farci servitori della Chiesa e secondo le indicazioni dei successori degli apostoli. La Chiesa è la realtà “ultima” per eccellenza. Ci sono alcune pecore che non fanno parte della Chiesa come battezzati, ma alle quali Gesù è molto affezionato. Seguendo i sentimenti del Salvatore, vero Dio e vero uomo, chiediamo la immensa grazia di vedere le esigenze dei poveri, dei malati, eccetera, aiutandoli mediante la carità operosa e le Beatitudini.
3) Rivestirsi della gloria di Dio. Questo implica la sequela di Cristo. Più imitiamo Cristo, più viviamo intensamente quella immagine e somiglianza di Dio nella quale siamo stati creati.
4) Adorare Dio e non falsi idoli. Mantenendoci puri da questo mondo, comprendiamo che ci sono diverse realtà, diciamo, “dispotiche” che vogliono sottometterci. Queste vengono dalla carne e non dallo spirito di Dio che dobbiamo seguire.
5) Amare gratuitamente. L’amore non cerca ricompense terrene ma nasce da un’anima di per sé contenta della ricompensa di Dio “nel segreto”, come dice il Vangelo.
6) La preghiera incessante. La preghiera ci aiuta a vivere nella ricerca di Dio – certamente. Tuttavia, nel contesto di tale ricerca siamo già in sintonia con il Creatore perché Dio – come dice il Vangelo – cerca questi adoratori in spirito e verità.
7) Diventare noi stessi pane per gli altri. La disponibilità a farci “mangiare” da chi ci sta vicino, implica che ci sforziamo di entrare nell’empatia verso il prossimo in modo da guidarlo e correggerlo, in modo da essere anche noi guidati e corretti. Si esprime questo concetto anche dicendo che la salvezza ha anche una dimensione comunitaria e che, dunque, non ci salviamo da soli ma tutti insieme.

20 maggio 2021: Essere a contatto con Dio nella vita cristiana (L494)

È possibile entrare in contatto con Dio e come? Il cristianesimo pensa di sì, ovviamente; e ciò risalta in primo luogo nella Santa Eucarestia. Però, se vogliamo fare una breve storia dei nostri incontri con Dio, il discorso si allarga e tocca vari aspetti oltre alla Eucarestia. Il Salmo 138,13 e vari altri Salmi parlano del primo contatto con il Creatore già nel grembo della donna: “Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre”. Un altro contatto con Dio lo abbiamo nei sacramenti. Con il battesimo, in particolare, ha inizio la nostra storia come membri della Chiesa.  Proprio nella Chiesa diveniamo consapevoli di essere figli dell’unico Padre e, aiutati dallo Spirito, possiamo vivere a contatto con Dio tutta la nostra vita. In altri termini, se camminiamo nei sentieri di Dio, possiamo essere non solo chiamati ma anche eletti come ci dice Gesù nel Vangelo di Matteo 22,14. Il contatto con Dio è narrato da svariate parabole evangeliche come quella delle vergini sagge e delle vergini stolte che significa anche l’entrare in contatto nell’epilogo della nostra vita terrena. I mistici ci parlano di un rapporto ancora più profondo con Dio non a beneficio di sé stessi, ma a beneficio prima della Chiesa e poi dell’umanità intera. Vorrei ancora mettere in rilievo che dal contatto con Dio scaturisce la nostra gioia più piena. Inoltre, e concludo, sappiamo che Dio è amore. A volte, non abbiamo la consapevolezza che anche dove c’è un amore sano c’è Dio, specialmente quando con amore siamo riuniti nel Suo Santo nome (Matteo 18,20).

13 maggio 2021: Amore e tradimento (L493)

Ho intitolato questo commentino settimanale “Amore e tradimento” per dire che il rischio di essere traditi fa parte della relazione d’amore. Prima di entrare in questo nucleo centrale del commento, vorrei però spendere alcune parole più generali sulla relazione con Dio e con il prossimo. Infatti, l’invito ad essere perfetti deriva, mi pare, dall’essere inabitati dallo Spirito di Dio. Lo Spirito di Dio può renderci perfetti nella relazione con Dio e con il prossimo proprio grazie a questa inabitazione. Come già scrissi in un precedente commentino, con la nascita siamo “gettati nella libertà”. La libertà di cui parlo è anche quella che si sperimenta nel rapporto con gli altri esseri umani e con il Signore e implica la libertà di tradire: con ciò mi riallaccio al tema centrale. Paradigma di questo rischio di essere traditi nella relazione d’amore è, fra i diversi che possono essere colti nei Vangeli e nella Bibbia in generale, il rapporto tra Gesù e Giuda Iscariota. Per amore Gesù non solo rischia di essere tradito da Giuda, ma continua ad amarlo prima e dopo il tradimento. Non è facile imitare Gesù in questo aspetto, quando moduliamo e plasmiamo il nostro rapporto con il prossimo. Se ci facciamo spaventare dalla possibilità di essere traditi, rischiamo di vedere paralizzata la nostra capacità di essere-in-relazione. Quante volte dobbiamo sopportare e perdonare il tradimento? La risposta è nel Vangelo stesso: fino a settanta volte sette. E dunque attrezziamoci con le armi della carità – sull’esempio del Maestro – per affrontare tale rischio di essere traditi, rischio che, come ho detto, si accompagna inesorabilmente alle relazioni di amicizia e di amore.

6 maggio 2021: Alcuni aspetti problematici della fede cristiana (L492)

Questa settimana mi interrogo sulla problematicità della vita di fede. Intendo dire che è problematico vivere da atei ma lo è anche vivere da credenti, almeno se la fede è pensata. Il Cardinale Delpini di Milano ha giustamente detto che ci vuole un pensiero sulla fede, un ragionare sulla fede, un interrogarsi: così lo ho interpretato io. E in merito, si può parlare (e non posso fare a meno di parlare) di una esperienza biografica. Tale vicenda ed esperienza è la morte di mia madre, avvenuta il 22 novembre del 2017. In un primo tempo, ho pensato che la Chiesa e gli amici potessero prendere nel mio cuore il posto di mia madre. Oggi constato che non è così, il ruolo di una madre è unico ed insostituibile. Certo, c’è l’amore di Dio per noi e ci sono gli interrogativi che, da credente, mi sono posto circa il destino eterno dell’anima di mia madre. Ma, superato questo esempio biografico, ecco che mi interrogo sulla mia fede. È pensata? È meditata? È discussa? È testimoniata? La problematicità della fede emerge quando ci si interroga sulla identità di Dio e come tale identità si ripercuota sia sulla fede, sia sulle opere. Si impara nella vita prevalentemente non per delle lezioni ricevute (certo, anche da queste) ma soprattutto per imitazione. E allora ecco che credere è imitare Gesù Cristo, ma quale Gesù imitiamo? Imitiamo in base ad una idea corretta del Signore Gesù? Tutta la vita del credente può e forse deve allora divenire una indagine sulla idea che abbiamo del Dio-con-noi perché tale idea plasma il nostro cuore. Concludo questa dissertazione certamente incompleta dicendo che l’umanità di Gesù non ci autorizza a limitare o divinizzare (il che è lo stesso) eccessivamente il concetto di amore. Nessuno degli aspetti dell’amore terreno e umano va perduto nella fede, purché si eviti il peccato.

29 aprile 2021: Amore e riconciliazione (L491)

Oggi vorrei meditare sulla vita spirituale che, a mio avviso, esiste in ogni essere umano. Mi sembra limitativo dire che la vita spirituale è la vita della coscienza. Semmai, la coscienza vigila sulla vita spirituale. Ma ogni essere umano vive la vita spirituale in modo più o meno maturo. Si parte dal dubbio razionale circa la possibilità dell’esistenza di Dio. Di fronte a questo dubbio, qualcuno conclude per l’ateismo. E questa conclusione è già un atto teologico e spirituale, un luogo del pensiero religioso, perché è una scelta nei confronti dell’Onnipotente. Se, invece, si opta per la reale esistenza di Dio, non si può non interrogarsi su chi e cos’è Dio. In una coscienza religiosa matura, c’è la consapevolezza che se non c’è Dio non c’è amore. Se non c’è amore non c’è perdono e se non c’è perdono, non ci può essere riconciliazione. Più che mai, il mondo ha bisogno di riconciliazione. La riconciliazione, però, deve avvenire nella verità e nella giustizia e questo può avvenire nella maniera perfetta solo con il ritorno di Cristo. Però, già adesso, possiamo essere operai della riconciliazione tra gli opposti che non si parlano, che non condividono esperienze e che a volte si combattono. Diventa allora vera quella triste profezia dei Salmi 119,7: “Io sono per la pace, ma quando ne parlo, essi vogliono la guerra”. Cominciamo, allora a disinnescare quanto segue: le polemiche inutili, gli odi tra fratelli, le persecuzioni per motivi religiosi, ecc. In conclusione, Dio vuole una umanità riconciliata con Lui. E qui sta il dilemma: se si è con Cristo, si cerca questa grande cosa di lassù dove sta Cristo seduto alla destra del Padre (cfr. Colossesi 3,1). Questa grande cosa è la pace (dono all’umanità e ai singoli da parte) di Dio e con Dio che ci trasforma in uomini del presente di Dio e dell’attesa di Cristo, di un paradigma di pace autentica perché nasce dall’amore nel contesto della riconciliazione.

22 aprile 2021: Fede e libertà (L490)

Questa settimana vorrei riflettere sul tema della libertà dell’uomo, specialmente in rapporto alla fede. Con la nostra nascita, siamo come “gettati nella libertà” cioè lanciati e abbandonati ad una dimensione difficilissima da gestire.  Vediamo esiti drammatici di questa libertà usata male: le dipendenze (droga, ludopatia, pornografia), i crimini ambientali, la criminalità organizzata in generale, eccetera. In una dimensione più esistenziale e individuale, ecco che la libertà è un’arma a doppio taglio: può essere usata bene o male. Di qui l’importanza della cd. “sfida educativa” che dovrebbe insegnare a usare la libertà o, perlomeno, darci dei valori di fondo che ci permettono di prendere le giuste decisioni nella vita. Per chi ha fede, poi, l’uso corretto della libertà fa sì che sia in gioco la cd. salvezza dell’anima. Il Vangelo (Giovanni 8,32) ci dice che per essere liberi, bisogna imparare a discernere la verità/Verità. Il percorso di fede è la storia di una Verità che si fa storia, che si incarna come si è incarnato Gesù che è il Verbo Vero. Prendiamo su di noi il fardello della libertà assumendoci delle responsabilità. Nella preghiera chiediamo a Dio di riuscire a discernere per vivere appieno la dignità dei figli di Dio. Si intrecciano così le due dimensioni: quella umana, cioè la già menzionata sfida educativa e quella divina, cioè la combinazione tra libero arbitrio e grazia. E mi limito a richiamare questo grande tema teologico, concludendo. Oggi vediamo che la Chiesa ha perso il monopolio – se mai è esistito – della educazione alla libertà. I filosofi si interrogano e rispondono in vario modo a questa problematica. La dimensione cristiana rimane come contributo importante, tracciando un percorso di libertà e verità che, perlomeno, non tradisce e non induce a tradire.

15 aprile 2021: Sull'amore nella fede cristiana (L489)

Oggi voglio riflettere sul nesso tra l’amore naturale, diciamo puramente umano, e l’amore nella fede cristiana che si pratica nel contesto della rinascita dall’alto di cui al dialogo fra Gesù e Nicodèmo che leggiamo in questi giorni nel Vangelo secondo Giovanni. Certamente, lo Spirito senza il quale non possiamo fare molto, senza il quale restiamo confinati alla dimensione terrena, naturale e carnale, ci aiuta a mettere l’amore umano al servizio del trascendente. E ciò significa che le direttive da seguire per amare veramente e cristianamente passano per l’osservanza della Parola come ci ricorda la Scrittura di questa domenica (seconda Lettura). Questo amore cristiano mi pare si articoli lungo tre direttive: l’amore-dono, l’amore-servizio e l’amore-carità. Brevemente, possiamo affermare fondatamente che in Gesù vediamo perfettamente realizzate queste tre direttive e prospettive che Gesù, nello Spirito, ci chiama a vivere. L’amore-dono implica imitare Gesù che nel dare tutto ciò che era e che aveva, si è fatto dono. Il dono di sé stesso è la risposta di Dio ai peccati dell’umanità. Questo fa riflettere: Dio vince il male umano con il bene-dono-di-sé. La seconda direttiva è l’amore-servizio e anche qui dobbiamo imitare Gesù che è venuto non per essere servito ma per servire (Matteo 20,28). Il servizio si svolge nel contesto dell’amore oppure non è servizio propriamente cristiano. L’amore con cui siamo stati amati dal Signore si deve “ribaltare” sul mondo che Dio ha così tanto amato da dare il Suo Figlio Unigenito (Giovanni 3,16). La terza e ultima direttiva è l’amore-carità verso i fratelli. Non si riflette mai abbastanza sull’amore verso la Chiesa e verso ogni essere umano anche al di fuori di essa. La carità è donare la fede o qualsiasi altra cosa in base a ciò di cui il prossimo ha rettamente bisogno. Ci parlano di questo amore la moltiplicazione dei pani e dei pesci e altri miracoli ed episodi della Bibbia. Quando Gesù ci dice di amarci come Egli ha amato noi, ciò, ripeto, concerne anche l’amore alla Chiesa, a tutti i battezzati e specialmente ai successori degli apostoli. Questo amore si vede dalla nostra affabilità che pratichiamo l’un l’altro e dalla docilità con cui seguiamo i Pastori santi.

8 aprile 2021: La dimensione corale della identità cristiana (L488)

Nella coralità ecclesiale della fede, della speranza e della carità viviamo la nostra identità cristiana. Per dimensione corale intendo dire, cominciando dalla fede, che crediamo perché facciamo parte del popolo di Dio che crede. La fede, cioè, del popolo di Dio e la nostra fede individuale sono strettamente collegate e questa è garanzia di quella comunione d’amore e di carità di cui parlano gli Atti degli Apostoli che si leggono (prima Lettura) questa domenica. Infatti, leggiamo negli Atti: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra di loro tutto era comune”. Crediamo dunque come e perché prima di noi altri hanno creduto e dopo di noi altri crederanno. Questa è garanzia di una fede retta, esente da storture, come le eresie e, più in generale, le derive solipsistiche. Anche la speranza vive di una dimensione corale. Facciamo parte del popolo di Dio, in esso radicati e fondati, nella speranza e soprattutto e per antonomasia, nella Speranza fondamentale del ritorno del Risorto. Preghiamo durante la Messa: “O Signore non sono degno di partecipare alla tua Mensa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato”. Questa preghiera può anche essere tradotta al plurale affinché l’Eucarestia che riceviamo non sia per noi motivo di condanna ma ci conduca alla vita eterna, Amen. Come popolo di Dio possediamo i beni privati nella carità corale della Chiesa, ritenendoci semplici amministratori di beni che per loro stessa vocazione, sono destinati universalmente a nutrire ogni vivente. In conclusione, questo è il vero rendere gloria a Dio: vivere la fede, la speranza e la carità nella loro dimensione di coralità ecclesiale. Siamo così attori di una “commedia” più grande di noi, una commedia che narra la realtà della Chiesa come sognata da Dio.

1° aprile 2021: La dimensione pasquale, gioia e centro della nostra fede (L487)

La settimana scorsa abbiamo contemplato un Dio che vuole stare con i suoi discepoli, cioè con noi, per condividere la grazia e la gioia dell’Ultima Cena. Come ha sottolineato il mio Parroco, don Claudio, “Il desiderio di Gesù è indicazione preziosa per noi, suoi discepoli … perché noi siamo i beneficiari della Pasqua, della sua morte e resurrezione”. L’ultima Cena contiene dunque l’ennesimo segno e mistero dell’amore di Dio per noi. Questa settimana contempliamo la dimensione pasquale in senso stretto. Vediamo che questa dimensione di andare oltre, di passaggio, di esodo, rifulge in vari aspetti della fede cristiana. Nella discesa di Gesù agli inferi il Sabato Santo, contempliamo l’esodo delle anime dei giusti dell’A.T. verso la Patria Celeste. Questo ci ricorda il nostro esodo, il dies natalis, verso la Patria dei Cieli alla nostra morte. Segni di resurrezione in questo senso molto ampio, sono anche il nostro esodo dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, mediante la fede, nel contesto del dono della grazia, anche questo segno dell’amore profondo e sconfinato di Dio per noi. La Resurrezione di Cristo, infine, precede (e deve temporalmente e logicamente precedere) l’esodo dell’umanità dalla Gerusalemme Terrena alla Gerusalemme Celeste, con la vittoria definitiva e santa del Bene sulle forze demoniache e diaboliche, vittoria descritta dall’Apocalisse di San Giovanni Apostolo.

25 marzo 2021: L'umanità di Gesù nella Sua Passione (L486).

La nostra vita è come un romanzo che racconta una storia declinata secondo due prospettive: quella divina e quella umana. Gesù ci è di esempio in entrambe. Questa domenica vediamo il Gesù della tristezza e della sofferenza che non gli sono state risparmiate per rendere perfetta la nostra salvezza. Per perfezione intendo la possibilità di una vita eroica nel senso cristiano, proprio perché le virtù eroiche sono la nostra meta e sono la realtà che ci è mostrata dai santi (intendo quelli canonizzati). Nessuno che sia imitatore di Cristo infatti può dire di non essere imitatore dei santi. Potremmo anche dire che nell’imitazione di Cristo ci è di aiuto e ci precede l’imitazione dei santi. Guardiamo alla prospettiva umana dal punto di osservazione di tre aspetti: il silenzio di Gesù, la tristezza di Gesù stesso e la sua apparente impotenza di fronte allo scatenarsi del male/Male con tutta la sofferenza che essa comporta. La prospettiva divina, per ragioni di spazio, sarà oggetto del commentino della prossima settimana. Il primo elemento – il silenzio di Gesù – nella Sua dolora Passione mi ricorda il Vangelo di Matteo 5,39: “ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra… “. C’è un tempo favorevole per incontrare Dio e c’è un tempo in cui il male prevale per quel mistero dell’iniquità che si accompagna alla Storia umana. Gesù – passiamo al secondo elemento – accosta al silenzio la tristezza: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate” (Marco 14,34). La tristezza di Dio, del Figlio di Dio, significa che Gesù non è indifferente ma condanna il male, una condanna che è implicita nel sentimento dell’unico Giusto. Nonostante questa unicità di giustizia del Cristo, anche noi possiamo imitarlo, evitando l’indifferenza di fronte al male che ci circonda e che – a tratti – sembra dominare la Storia umana. Questa iniquità che si accovaccia nell’animo umano, è posta in evidenza anche dalla apparente impotenza di Gesù di fronte ai persecutori. Quando Gesù parla di un abbandono da parte del Padre, citando il Salmo 21,2, è all’apice della Sua umanità. È come noi quando ci sembra che abbiamo perso la fede, quando non riusciamo a credere in un Dio buono ed amorevole, quando sembra che abbiamo preso un sentiero che, nel bosco, fa perdere le sue tracce.

18 marzo 2021: Povertà e condivisione (L485)

La fede è anche fare esperienza di una rivelazione liberante, la rivelazione da noi accolta che annuncia il nostro essere figli di Dio, l’unico Padre, l’unico Figlio e l’unico Spirito Santo secondo il dogma trinitario. Questa esperienza liberante si realizza tramite la condivisione (un concetto cugino rispetto a quello di fraternità, esaltato con la Rivoluzione Francese) che è il nocciolo irrinunciabile della povertà e della povertà di spirito. Questa esperienza liberante è preceduta dalla consapevolezza della vacuità degli idoli di questo mondo. La condivisione è vivere tutto con spirito di servizio: gestire il tempo e il denaro al servizio di Dio. Imitando in ciò il Maestro che è venuto per servire e non per essere servito (Matteo 20,28). L’esperienza liberante del servizio-condivisione dona pace. La catena di concetti spirituali che sto cercando di tracciare e descrivere, ha il suo epilogo nel vivere da fratelli e da sorelle, arricchendo davanti a Dio (cfr. Luca 12,21). Il Cristo che si è fatto povero per arricchirci. Infatti, 2Corinzi 8,9 dice: “Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”. Si è fatto povero, cioè, tra i vari significati con cui si può interpretare questa espressione, c’è quello di aver preso la nostra natura umana per poter diventare l’Agnello Pasquale che toglie il peccato del mondo, la forma suprema e sublime di condivisione di Dio a nostro favore.

11 marzo 2021: Vittoria e sconfitta nel cristianesimo (L484)

I concetti di vittoria e di sconfitta appartengono più all’era pagana che a quella cristiana. Tuttavia, osservo che molti concetti pagani sono stati rivalutati e riletti in chiave cristiana. Quindi, vediamo se questi concetti di vittoria e di sconfitta abbiano qualcosa da dirci nella luce di Cristo Signore. Osservo, dunque, che la vittoria di Cristo sulla morte non ci salva tutti perché, come ci ricorda il Vangelo secondo Giovanni che leggiamo domenica prossima, la IV di Quaresima, “chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’Unigenito Figlio di Dio”. È, invece, a mio avviso, corretto dire che la Passione e Resurrezione di Cristo ci coinvolgono tutti. Esse interpellano ogni uomo, buono o cattivo, credente o non credente, giusto o malvagio. Per questo possiamo interloquire da fratelli e sorelle con qualunque essere umano per dialogare con il Cristo che è comunque presente in lui. Non c’è amore più grande, infatti, che donarsi nella fratellanza universale per la salvezza delle anime. Tale salvezza implica inevitabilmente contribuire a creare un mondo più giusto. Inutilmente ed erroneamente la salvezza delle anime è stata sganciata e addirittura contrapposta alla giustizia sociale. Concludiamo questo breve commento dicendo che, imitando Dio, vinciamo il male con il bene. (Romani 12,21). Mostrando a ogni essere umano con la predicazione (contemplata tradere) e con la testimonianza la gloria e l’amore di Dio che ci affratellano tutti, vinciamo il male con il bene di modo che nessuno esca sconfitto dal demonio. Con la perseveranza, dunque, salviamo le nostre anime (Luca 21,19) e resistiamo al diavolo ed egli fuggirà da noi (Giacomo 4,7).

4 marzo 2021: Il perdono cristiano (L483)

Il commentino di questa settimana è tutto dedicato al tema del perdono, sia nella sua dimensione diciamo “verticale” cioè il perdono chiesto a Dio, come facciamo ad esempio nel Padre Nostro, sia nella dimensione “orizzontale” del perdono indirizzato ai fratelli.
Nella dimensione verticale cogliamo un aspetto in senso lato “mistico” della vita di fede. La richiesta a Dio di perdonarci sale come incenso al trono di Dio e, se siamo testimoni autentici e credibili della nostra fede di fronte al Padre Celeste, implica un venire a contatto con Dio, un conoscerlo personalmente; per questo parlo di una esperienza in senso lato mistica. La nostra parola (di richiesta di perdono) scuote il cuore di Dio, lo commuove, lo modifica a nostro favore. Tale richiesta di perdono non lascia dunque le cose immutate. Anzi, essa ci ricorda come – in direzione opposta – la Parola di Dio scende su di noi e sul mondo producendo gli effetti in vista dei quali è stata pronunciata, come dice Isaia 55,11: “…così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata”. La parola, dunque, ha sempre un effetto, non esce dalla nostra bocca inutilmente, cioè invano. Essa ci introduce nella vita di Dio, instaura un rapporto con il Dio Vivente e ci inserisce ancora di più nella vita della Chiesa dei santi.
Resta da chiarire un aspetto del perdono indirizzato ai fratelli. Esso ci dona la pace e augura la pace a chi ci ha fatto del male. È, quindi, una manifestazione di quella misericordia, di quella prudenza nel giudicare e nel misurare, che rivela la tenerezza in noi di Dio verso gli altri. E anche questo perdono di dimensione, come si è detto, “orizzontale” alimenta il nostro rapporto con Dio, cioè con Cristo, rendendoci più simili a Lui, alimentando santamente la relazione di sequela con il Signore dei Cieli e della terra.

25 febbraio 2021: Mosè, Elia e l'amore di Dio (L482)

Prima ancora che l’umanità, ed il popolo ebraico in particolare, sentissero parlare di Gesù, Cristo stesso per mezzo del quale è stato fatto tutto ciò che esiste, pregava per l’umanità, forse intercedeva, forse già perdonava i peccati del mondo che avrebbe poi tolto con la Sua morte e resurrezione. Il ruolo esatto di Gesù – figlio di Dio e Dio egli stesso – prima della Sua prima venuta è dunque per me un mistero grande. Nel Dio Uno sussistono il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo fin dall’inizio dei tempi. La relazione d’amore fra le tre Persone della Santissima Trinità è un esempio – un pedagogo superiore alla Legge – per Mosè ed Elia che conversano con Gesù Cristo sul monte Tabor. Certamente, Gesù è oggetto di un amore straordinario di tutti i pii, di tutti i giusti, degli angeli e dei santi fin da che esiste il mondo. Gesù, circondato da questo amore, viene per portare un messaggio di amore e di pace ad un mondo che è, in senso allargato, la patria in cui Gesù non è profeta. Viene accolto da Mosè ed Elia – il che significa che Egli è Re e Dio, come dice l’Apocalisse come Alfa e Omega, sin dall’inizio dei tempi – ma non dalla generazione contemporanea a Gesù stesso, generazione che Gesù chiama malvagia. Certamente Dio ha previsto tutto, anche il rifiuto di Cristo da parte della maggioranza dei pagani e degli ebrei. Infatti, è San Giovanni Evangelista che dice che “Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto giace sotto il mondo potere del maligno” (1Giovanni 5,19). Ma “La legge poi sopraggiunse a dare piena coscienza della caduta, ma laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Romani 5,20). Il che significa che il piano di amore di Dio per l’umanità, per il Creato, è più grande e più forte del peccato che pur in tante vicende – di cui siamo testimoni anche oggi – marchia la Storia dell’umanità”. E l’amore supremo di Dio consiste proprio in questo: Dio ha mandato il Suo Figlio Unigenito come dono d’amore; Dio stesso si è fatto uomo per salvare il mondo dal peccato.

18 febbraio 2021: La Quaresima come tempo propizio (L481)

Gesù ci dona la vita eterna perché produca frutti abbondanti in vari ambiti. Anche attraverso questi frutti, risalta il valore del dono ricevuto perché la grazia di Dio richiede sempre una risposta. È come quando Giovanni il Battista sussulta nel grembo di Elisabetta, nell’episodio della Visitazione. Elisabetta si trova ripiena di Spirito Santo e riconosce in Maria la Madre del suo Signore (cfr. Luca 1,39-45). Quali risposte si aspetta Dio da noi in questa Quaresima? Quest’ultima è kairos, tempo propizio per esultare anche noi nel Signore, cioè per santificare il nome di Dio Padre, per essere ripieni dello Spirito Santo, per accogliere il Messia nella nostra vita, o meglio, per verificare se Gesù è veramente, pienamente, il Signore della nostra vita. In Quaresima, il nostro cammino di fede può subire come una brusca accelerazione, come se la fede progredisse a gradini, a salti, invece che in un movimento omogeneo e continuo. Certo, non mancano i demoni che rappresentano tutte le distrazioni che il mondo intorno a noi ci offre e ci propone. Però, se manteniamo non solo lo sguardo e le orecchie fissi sulla Parola di Dio ma anche il cuore rivolto alla Parola, è come se vedessimo solo la gloria di Dio in noi e nella Creazione. E allora la Quaresima è anche tempo di riconciliazione con il Creato e con i nostri simili. Non mi piace parlare di un ritorno al Padre ma di una fase che mi pare successiva, cioè, un avvicinamento a Dio che richiede siano superate le tentazioni. Quali sono? L’egoismo materialista, una fiducia irresponsabile ed errata nella Provvidenza, la tentazione di mettere al centro il diavolo anziché Dio, come vedremo nei commenti futuri.

11 febbraio 2021: Utilitarismo e fede cristiana (L480)

L’utilitarismo, che mi risulti, non è granché compatibile con la dottrina della Chiesa. Dove c’è la ricerca di tutto quanto l’uomo e la donna possano fare di buono e giusto, si intende la rinuncia all’egoismo solipsistico e l’adesione ad un piano di salvezza che passa attraverso l’amore relazionale, in vista del quale anche, l’essere umano è stato creato. Ma visto che ci occupiamo di ciò che è utile per la salvezza e per una vita buona e dignitosa, se non santa, vediamo di capire che cosa è utile nel cristianesimo più approfonditamente. Innanzitutto l’utilità di Dio e la misura di questa utilità. I latini dicevano: “Est modus in rebus”, che si traduce “c’è una misura in/di tutte le cose”. Siccome la misura di Dio è infinita, non è prevedibile, stimabile e valutabile l’utilità di Dio e forse il concetto stesso di utile non si può applicare al Signore. Circa la fede, per Marx la sua utilità derivava dall’essere “oppio dei popoli” cioè grossomodo l’equivalente di una pastiglia di calmante. Quanti di noi vivono la fede in modo utilitaristico? Cioè solo per il suo effetto di consolazione psicologica? Quindi, va chiarito il significato della ricerca di Dio che è la cosa più nobile e disinteressata che si possa fare. Questa ricerca parte dalla nostalgia del Creatore, da un impeto di gratitudine per la nostra creazione e per l’amore che lo Spirito Santo ha seminato nel nostro cuore. E, allora, attrezziamoci con le armi della fede, della speranza e della carità per vivere la fede in adesione gratuita (non utilitarista, appunto) a Dio con tutto il cuore, l’anima e la mente, come ci insegnano a fare la Scrittura e la Chiesa.

4 febbraio 2021: Noi e le realtà invisibili (L479)

In questo commentino mi soffermo sul nostro rapporto con le realtà invisibili. La loro importanza risulta chiara partendo dal Battesimo che ci dona lo Spirito Santo, cioè uno “strumento” per fare crescere la nostra fede per tutta la vita, in un modo a Dio gradito. Il Battesimo crea un ponte con Gesù stesso, tramite la grazia santificante che è opera in noi di Gesù per mezzo del Santo Spirito. Sappiamo che ci sono anche realtà invisibili negative, gli spiriti del male che, dice San Paolo, abitano nelle regioni celesti. Efesini 6,12, infatti, dice: “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. Grazia di Dio e lotta contro gli spiriti del male si intrecciano sino alla nostra morte. L’interazione sbagliata con le realtà invisibili che abbiamo chiamato “negative” rischia di indebolirci e di portarci ad esiti drammatici come il suicidio, la depressione, l’infelicità, la sterilità spirituale. Tutte queste cose negative non sono in nessun modo una punizione di Dio, ma dolori che noi stessi ci procuriamo. 1Timoteo 6,10, infatti dice: “L'attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori”. Ecco che c’è un legame chiarissimo tra l’attaccamento al denaro e i dolori (chiamiamoli di origine spirituale) che deprimono la nostra esistenza.

28 gennaio 2021: Ancora sul rapporto tra ebraismo e cristianesimo (L478)

Oggi torno sul rapporto tra ebraismo e cristianesimo, un tema che – come sa chi mi conosce – mi sta molto a cuore.
La meditazione su ciò che ci divide dagli ebrei si accompagna in modo ormai naturale a quanto invece ci accomuna. Condividendo una larga parte dell’Antico Testamento, possiamo far sì che questa circostanza diventi un segno di amore reciproco. In particolare, si stanno diffondendo e affermando commenti alla Scrittura ebraica fatti a due mani da un rabbino ebreo e da un teologo cristiano per confrontare poi proficuamente le diversità di vedute. Ciò che ci divide è, dal punto di vista cristiano, la consapevolezza che gli ebrei (o perlomeno gli ebrei saggi e giusti, perché esistono anche ebrei che non sono né saggi, né giusti) si convertiranno a Gesù quando nel Suo secondo Avvento salverà – tramite il Giudizio che chiamiamo universale, appunto – tutto il mondo. Veniamo al tema se Gesù amasse i fratelli ebrei. Gesù era certamente indignato per la decadenza del giudaismo ad una serie di pratiche esteriori che rischiavano di prendere il posto (e spesso prendevano il posto) della conversione del cuore. Perciò, Gesù ci ha detto di glorificare e adorare il Padre in Spirito e Verità (Giovanni 4,23). La verità condanna coloro che hanno crocifisso il Signore: l’amore, però, è così potente da trasfigurare questa verità nella luce della futura conversione del popolo ebraico al cristianesimo. Il perdono di Gesù dalla Croce, la preghiera rivolta al Padre, “perché non sanno quello che fanno” è, infatti, fondata su tale amore di cui stiamo parlando.

21 gennaio 2021: A Dio appartengono tutti gli esseri umani (L477)

Dedico le parole che seguono ad un commento libero e non alle Letture di domenica 24 gennaio.
Siamo consapevoli, come credenti, che a Dio appartengono tutte le cose create e specialmente l’essere umano. Anche il peggior peccatore appartiene a Dio! Per questo, forse, il Vangelo dice che Dio “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Matteo 5,45). Dio è veramente padre di tutti!!! Vorrei soffermarmi, tuttavia – nella chiave interpretativa appena detta – sul fatto che ogni essere umano è immagine e somiglianza di Dio. A mio avviso, questo significa tutta la potenzialità di bene che ogni essere umano ha per natura. Ferma restando – dato il Peccato Originale – la necessità della grazia di Dio per compiere pienamente il bene, sotto vari aspetti si estrinseca e si manifesta questo essere fatti ad immagine e somiglianza del Creatore. Innanzitutto come possibilità di bontà del nostro cuore che si manifesta nelle azioni buone. In secondo luogo, come possibilità di fede nell’ambito della consapevolezza e del pensiero religiosi. In terzo luogo, come possibilità di salvezza, tanto è vero che Gesù scende il sabato santo nello Sheol per chiamare a sé i giusti dell’Antico Testamento. Infine, come agape verso i fratelli e le sorelle di tutto il genere umano. Specialmente nell’amarci tra cristiani come Cristo ha amato noi.

14 gennaio 2021: Lo sposalizio con Dio (L476)

Gesù ci chiede di seguirlo verso una meta che non conosciamo pienamente. Proprio la fede ci richiede un atteggiamento di abbandono fiducioso; un lasciare le nostre certezze per sposare misticamente Dio stesso, anche se siamo dei laici. Ora, questo commento è dedicato a questo sposalizio, a ciò in cui a mio avviso esso consiste. Innanzitutto, fin dalla nascita noi abbiamo amato Gesù Cristo senza magari rendercene conto. Come Samuele nella prima Lettura di questa domenica, abbiamo scambiato la voce di Dio come voce di uomini. E allora, il primo requisito per comprendere lo sposalizio di cui parliamo, è capire che il Signore ci parla e ci chiama. Il secondo requisito è sentirci suoi figli amati, adottati non per i nostri meriti (magari terreni, nella carne) ma adottati secondo lo Spirito. Il terzo requisito è capire la libertà cui siamo chiamati che è la libertà di proclamare la nostra coerenza e di praticarla nel seguire lo Spirito stesso piuttosto che ubbidire ad alcune logiche del mondo. Il quarto requisito è l’ubbidienza che va intesa come già detto come coerenza tra l’amore al Signore proclamato con la bocca e le prassi esistenziali. Il quinto requisito è rappresentato, sempre a mio avviso, dalla gratitudine verso il Signore che ci ha salvati con un giudizio eterno, con una parola irrevocabile. Il sesto requisito è comprendere a fondo la bontà del Signore che dovremmo cercare di imitare. Il settimo e ultimo requisito è la santità di Dio che non è eguagliata da nessuna delle potenze né di questo mondo, né del Cielo.

7 gennaio 2021: Il mistero d'amore nel Battesimo di Gesù (L475)

Si è aperto ieri, 6 gennaio 2021, con una solenne Messa a Bologna l’anno giubilare per gli 800 anni dalla morte di san Domenico di Guzmán, uno dei santi da me più amati, assieme a san Gregorio Magno (indimenticabili le sue Omelie sui Vangeli) e san Giovanni Bosco. San Domenico rappresenta per me la verità e la dottrina cristiane oggi proposte e non imposte ad alcuno. San Gregorio Magno lo vedo come maestro di vita e di sapienza. San Giovanni Bosco lo vedo come maestro di carità e di amore. Fatta questa premessa vorrei dire due parole sul rapporto tra mistero e amore cristiani. Un rapporto che è presente anche nel Battesimo di Gesù che è un mistero d’amore e vorrei precisare in che senso lo intendo. Ovverossia, come atto di discepolato che inserisce Gesù nella storia dei giusti di Israele, anche se l’Israele dell’Antico Testamento non ha mai riconosciuto Gesù come Giusto fra le Nazioni, anzi … Eppure Gesù non vuole sentirsi superiore ai tanti credenti nel giudaismo del suo tempo, ma con atto di grande umiltà sta sottomesso al Padre come discepolo ubbidiente ed è oggi esaltato da noi cristiani per la sua povertà di spirito e per la sua umiltà. Il rapporto di amore fra credenti è fatto così: l’umiltà della sottomissione si fa amore nel momento in cui l’amato e l’amante sono disponibili ad uno scambio perfetto. Cioè, l’essere disponibili ad arricchirsi reciprocamente in una “competizione” per la santità che ci accompagna in Paradiso, tutti assieme.
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