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20 gennaio 2022: Un approdo di salvezza e di pace (L529)

Nella riflessione sulla mia fede personale, voglio ringraziare ancora una volta il Signore perché ci aiuta ad arrivare ad un approdo di salvezza e di pace. Questo avviene certamente con l’intercessione della Beata Vergine Maria e dei santi. Vorrei anche ringraziare la Chiesa perché spesso viene dimenticato il suo ruolo di intercessione. Infatti, la Chiesa nel suo insieme sostiene tutti i suoi membri e con la sua santità (santità della Chiesa nel suo insieme che non implica santità di ciascuno dei suoi singoli membri) ci contagia per aspirare alle vette più alte della fede. Questo approdo di salvezza e di pace di cui sto parlando, in primo luogo, è dovuto alla volontà di Dio. Il Signore ha una qualità di cui poco si parla ed è l’immensa Sua riconoscenza per quanto facciamo di buono al Suo servizio ogni giorno con la preghiera ed ogni sorta di opera buona. Se, infatti, il Signore avesse un animo avaro e meschino non sarebbe Dio perché Dio è amore riconoscente. Ad imitazione del Maestro Gesù, anche noi siamo riconoscenti verso la Chiesa, in concreto, con l’aiuto verso di essa spirituale e materiale. E siamo riconoscenti verso Dio cioè prima di tutto verso il Cristo come egli è stato riconoscente verso il Padre. La Chiesa ci aiuta a contemplare le mille resurrezioni dalle varie situazioni penose in cui cadiamo a volte nella nostra vita. La madre Chiesa, benedetta nei secoli, ci conduce a questa fede e a questa pace di cui parlavo all’inizio. Salvezza cioè promessa del Paradiso e vita beata già qui sulla terra. Pace perché Cristo stesso è la pace. Dunque, in conclusione, ogni volta che mangiamo del Suo Corpo, ci ricordiamo dell’amore per noi suoi amici che ha amato per sottrarci al potere del maligno e donarci questo approdo beato di cui ho parlato in questa breve riflessione.

13 gennaio 2022: Etica senza fede e cristianesimo senza Cristo (L528)

Il Natale del Signore è appena passato ed è servito (tra le varie cose) a ricordarci che in quel Bambino che nasce per noi siamo non solo tutti fratelli, ma coeredi della gloria di Dio in Gesù Cristo Signore. Così, assolutamente non possiamo svendere la nostra fede per nessun motivo. Come membri della città degli uomini di agostiniana memoria, dobbiamo cercare il bene comune della società e dello Stato assieme a tutti i cittadini non cristiani. Cosa allora intendo dire per svendere la fede? Intendo dire di accettare una etica senza fede. Questo mostro culturale di una etica che non si riagganci alla Rivelazione, non potrà mai essere accettato dai cattolici, a mio avviso. La filosofia certo è libera e guai alla triste memoria dei regimi (penso in particolare al nazismo, ma anche al comunismo reale) che hanno cercato di imbavagliarla. Se però un cristiano fa della filosofia, questa deve annunciare la fede in Cristo che è fondamento di tutta la vita etica del cristiano.
Allo stesso modo, non possiamo dire che i valori cristiani sono separabili, cioè autonomi, dalla Persona di Cristo. Il cristianesimo senza Cristo è divenuto un rischio perché c’è chi vive solo la dimensione orizzontale della fede (di azione sociale e politica) e non quella verticale che implica la visione trascendente e contemplativa. Non è il caso di gridare all’eresia, ma di dialogare pacificamente con chi la pensa in modo diverso. A me pare, in conclusione, che un cristianesimo senza Cristo dimentica che Cristo è la porta celeste attraverso la quale il credente deve necessariamente passare. Cristo, inoltre, è l’Alfa e l’Omega della Storia che tra dolori e fatiche, ma anche con successi e gioia, costruiamo perché la città degli uomini e la città di Dio pian piano, con l’aiuto del Paraclito che non ci lascia soli, si assomiglino sempre di più.

6 gennaio 2022: Vivere in intimità con Dio (L527)
C’è un male che serpeggia nella Chiesa: è una sorta di apostasia sotterranea che colpisce una parte dei cristiani. Questi non credono più alle realtà ultime, all’avvento di Cristo nella Sua seconda venuta, ai quattro novissimi e alla Gerusalemme Celeste. Infatti, a titolo di esempio, se è doveroso richiamare ad un uso corretto delle armi da parte degli Stati, come ultima ratio di difesa in casi estremi, costruendo così la pace, è doveroso ricordare che verrà una epoca in cui, con la affermazione (lo sposalizio) della Gerusalemme Celeste, le armi non serviranno semplicemente più a niente. Questo perché, per un dono di Dio, “le cose di prima sono passate” (Apocalisse 21,4). Il senso della fede è proprio quello di attendere da Dio questi doni, sia con la preghiera, sia con l’azione operosa che prepari a Cristo una comunità ben disposta con la fede e la carità dei santi, un mondo riconciliato nella speranza. Questo e nient’altro, è vivere in intimità con Dio. La Parola di Dio, dunque, ci ispiri una fede degna del ritorno di Cristo che vuole trovare la fede sulla terra e si domanda se la troverà (cfr. Luca 18,8). Nel frattempo, ci facciamo forza tra di noi, come esorta san Paolo nella Lettera ai Colossesi 3,16: “La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali”. In conclusione, non può andare persa la dimensione orante della speranza nella gioia per i doni ricevuti e le meraviglie operate dal Signore a nostro favore, certamente con pochi o nessun nostro merito, ma per la bontà e l’amore che ha per noi da sempre, prima ancora di averci creati.

30 dicembre 2021: Fede e perfezione (L526)

La fede ha in sé una forza “naturalmente divina” che la fa tendere alla perfezione ogni giorno di più. Si tratta sia dell’esser perfetti quest’oggi, sia di tendere alla perfezione come cerco di discutere nelle righe che seguono.
Si noterà che raramente Dio è definito perfetto nella Sacra Scrittura dove lo si definisce piuttosto “Santo”. E in effetti anche il Vangelo secondo Matteo 5,48 che esorta alla perfezione (“Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste), si riferisce ad una perfezione nella santità.
Nel fare gli auguri di un felice anno nuovo, ormai alle porte, riflettiamo su come perfezionarci sempre di più in questa santità nella fede nell’anno che viene.
In primo luogo, va detto che confessiamo molti peccati con il sacramento della Riconciliazione ma, a volte, non confessiamo l’insufficiente amore a Dio che poi, a cascata, produce peccati minori e collegati. Allora, un primo consiglio che mi sento di dare è di progredire nell’amore a Dio.
Un secondo piano su cui possiamo migliorare per tendere alla perfezione è quello di pregare ogni giorno lo Spirito Santo di completare noi ciò che manca alla nostra natura ferita dal peccato. Come tutti ben sappiamo, non ce la facciamo a essere pienamente graditi a Dio con le nostre sole forze. Ed è proprio lo Spirito che con gemiti inesprimibili (cfr. Romani 8,26) ci suggerisce che cosa domandare nella preghiera.
Un terzo ed ultimo aspetto del nostro progresso spirituale è l’amore al prossimo. Le nostre forze umane si uniscono qui felicemente alla nostra fede. Moduliamo l’amore anche secondo la recettività spirituale del destinatario per elevare il prossimo alla piena dignità di figlio/figlia di Dio con ogni esortazione, correzione, benevolenza, eccetera, perché tutto questo migliora anche noi stessi e ci fa crescere nell’agognata perfezione nella santità della fede, cui questo breve e semplice commento è stato dedicato.

23 dicembre 2021: Natale nella gioia (L525)

Natale, tempo di gioia. Mi soffermo su questo tema cominciando con l’osservare che alla gioia si arriva spesso attraverso (a volte durissime) tribolazioni. Ce lo ricordano vari passi della Sacra Scrittura, cominciando proprio dalle Beatitudini: “Beati voi che ora piangete, perché riderete” (Luca 6,21). Perché la gioia è preceduta dal pianto? Forse perché come esseri umani, prima che come credenti, siamo esseri umani che camminano per le strade del mondo. C’è ovverossia, una vita nella natura che spesso è ostile e da questa ostilità, un po’ come il deus ex machina delle tragedie greche, ci libera l’intervento divino. Pensiamo alla liberazione degli israeliti dalla schiavitù d’Egitto e a tante altre vicende, sino ad addivenire alla Passione e Morte di Cristo che viene liberato con la Resurrezione. Questo ci invita a riflettere sulla contrapposizione di due regni: il regno terreno ed il regno dei Cieli (tema approfondito da Sant’Agostino). Se da un lato, Cristo non è re di questo mondo (cfr. Giovanni 18,36), però Egli dà la vita per il bene del mondo per poi riprenderla (cfr. Giovanni 10, 17). Significa che l’affrontare le tenebre e superarle (si veda l’immagine della resistenza al diavolo usata da Giacomo 4,7) è come la donna che affronta i dolori del parto ma poi, quando nasce un figlio, è piena di gioia. E questa è anche la gioia del Natale per tutte le peripezie che Giuseppe e Maria affrontano prima della nascita del Messia. Ecco perché il Natale è tempo di gioia ma anche tempo di preghiera per tutti i cristiani che affrontano tribolazioni di ogni tipo dal e nel mondo.

16 dicembre 2021: Un Dio incompreso? (L524)

Il Natale è certamente per i cristiani e anche per molti non cristiani un tempo di gioia e di esultanza. Però, dedicherei a questi sentimenti il commentino della prossima settimana. Quest’oggi vorrei porre una domanda che suona forse un po’ triste: il Dio di Gesù Cristo non è forse nella nostra epoca un “Dio incompreso”? Nell’epoca cioè del consumismo e della secolarizzazione che fa seguito al crollo delle ideologie del secolo scorso, si ha l’impressione che Dio non dialoghi più con l’uomo e che l’uomo non abbia più quella fiducia che nasce dal dialogare con Dio. Cioè una specie di corto circuito spirituale. Ma per i cristiani, si torna a parlare di una fede simile a quella dei credenti delle prime epoche della Storia cristiana. Se il mondo fa fatica a credere, i cristiani sono chiamati a essere lievito della pasta e sale che dà sapore alla terra; sono chiamati ad essere luce delle Nazioni a imitazione del Maestro. Guardando ai cristiani, il mondo potrà esclamare: “Guarda come credono e quanto si amano!”. In Fratelli Tutti, inoltre, il Papa Francesco ci indica una strada di fratellanza tra tutti gli uomini e, inoltre, di fratellanza di tutte le religioni, specialmente le tre religioni abramitiche. È in questo contesto che si può leggere San Paolo quando dice: “Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita” (Filippesi 2, 14-16). Tenere alta la parola di vita è il contrario di rassegnarsi, il contrario di non dialogare con Dio che ci attende innanzitutto per ascoltarci e per donarci la salvezza se noi ascoltiamo piamente e serenamente Lui, nel timore a Lui dovuto.

9 dicembre 2021: La nostra conoscenza di Dio (L523)

Come è possibile che Dio sia grande e piccolo allo stesso tempo? Egli è grande proprio perché è piccolo in umiltà e purezza di cuore. Inizio così una riflessione sul tema: cosa sappiamo esattamente di Dio? Come possiamo conoscerlo? La chiave evangelica è sicuramente quella di Giovanni 14,9: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”. Nell’Antico Testamento, conosciamo Dio per mezzo dei prodigi che egli ha compiuto in favore del Suo popolo particolare. Nel Nuovo Testamento, il baricentro di sposta su Gesù e sul Regno di Dio che, tramite Gesù e il Suo Spirito, cresce e si espande. Il Regno di Dio è un regno certamente di amore provvidenziale, ma anche di potenza. Infatti, in Giovanni 14,12, si legge: “In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre”. Dunque, siccome abbiamo conosciuto Dio in Gesù Cristo, possiamo, con la forza dello Spirito, compiere cose più grandi. Da questo dunque conosciamo Dio: dallo Spirito che egli ci manda e che ci svela i Suoi disegni d’amore. Sappiamo già che Dio è amore, ma conosciamo più precisamente – nel contesto del Regno – tali disegni d’amore. In 2Corinzi 7, leggiamo: “Camminiamo nella fede e non ancora in visione”. Perché camminiamo non ancora in visione se abbiamo contemplato il Padre in Cristo? Forse perché la Santissima Trinità è svelata in Cristo ma non del tutto. Infatti, Gesù al Suo trionfale e glorioso ritorno, ci svela completamente Dio che contempliamo anche dopo la nostra morte corporale. La visione di cui parla San Paolo è una esperienza mistica ed estatica che riguarda tutti i salvati, e non solo i mistici che già qui in questa vita ricevono schegge della conoscenza essenziale del Padre.

2 dicembre 2021: Amore e giustizia (L522)

Stavo riflettendo questa mattina sui bisogni essenziali dell’uomo che trovano una risposta in Dio. Precisamente, il bisogno di amore e di giustizia, che sono bisogni universali.
Quanto al primo, so che Dio è amore e offre il Suo amore a tutti. Vorrei subito proporre un concetto che mi sta a cuore: l’amore di Dio è necessario per crescere nella vita spirituale. Come una pianticella ha bisogno di essere irrigata, così anche noi abbiamo bisogno di essere irrorati da questo amore divino per crescere, ripeto, nella fede. Cioè, per maturare giorno per giorno, per diventare sempre più credibili nella nostra fedeltà al Signore. E se questo amore non viene accolto? L’amore per le creature c’è sempre in Dio, ma non so come operi sinceramente nella ipotesi prospettata del rifiuto di tale amore. So soltanto che sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze del rifiuto di tale amore: ogni sorta di male che l’uomo commette sotto il Cielo.
Quest’ultima riflessione fa spostare la nostra attenzione sul bisogno di giustizia; anche questo, bisogno fondamentale di ogni essere umano. Ma non un bisogno egoista che ci induca a goderci la vita e a godere di ciò che abbiamo senza che gli altri ci disturbino nella nostra quiete, nella nostra più o meno “dolce vita”. Deve essere un amore alla giustizia che si impasta con il destino degli altri. Innanzitutto pregando per chi è malato, ignudo, carcerato, affamato e oppresso in vari modi. Si tratta, sia sul piano della contemplazione (appunto con la preghiera), sia sul piano dell’azione che prepara il ritorno definitivo di Gesù Cristo, di praticare una vita santa che accresce la giustizia del mondo, ogni giorno, anche con piccoli gesti rivolti al prossimo.

25 novembre 2021: Le opere e la luce (L521)

Le opere cristiane possono tutte essere rappresentate dall’immagine della luce, cioè del camminare nella luce e del venire alla luce. È da notare che Cristo stesso è indicato e rappresentato come luce nel Vangelo di Giovanni 1,9: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. Venire alla luce significa anche per i credenti che i nostri comportamenti sono illuminati dalla Chiesa mediante i sacramenti. Camminare nella luce significa allora muoversi all’interno di questa logica: lasciarsi guidare dal battesimo per la fedeltà a Cristo nella Chiesa, accettare la luce dello Spirito che ci è stato donato con la Cresima, vedere sé stessi nella trasparenza dell’esame di coscienza che porta alla contrizione per i peccati e quindi alla Confessione. In Giovanni 12,36 i cristiani sono chiamati da Gesù stesso coloro che credono nella luce, per diventare figli della luce. In Efesini 5,8 gli stessi cristiani sono indicati da san Paolo come “luce nel Signore”. La luce si contrappone alle tenebre in 1Tessalonicesi 5,5. Si dice che al momento della nostra morte “vedremo” una luce gentile ed immensa che ci conduce da Cristo Signore per l’accesso al Paradiso o al Purgatorio. Il nesso tra le opere cristiane e la luce torna evidente in Matteo 5,16: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”. La luce è dunque anche simbolo dell’imitazione di Cristo che come si ricordava all’inizio è indicato come luce. In Giovanni 3, 19-21 ecco che la luce torna protagonista discorrendo di coloro che odiano la luce perché venendo ad essa risulterebbero palesi le loro opere di male, cioè malvagie. In conclusione, la luce è una immagine centrale nella Bibbia, specie nel Nuovo Testamento, per indicare il sentiero ammirabile di Dio, quello cui siamo chiamati dal Signore come si evince da 1Pietro 2,9, per ottenere la salvezza.

18 novembre 2021: La regalità di Cristo (L520)

In che senso Cristo Gesù è Re? I Vangeli e la Bibbia in generale danno testimonianza di questo aspetto della nostra fede in Gesù Re Divino. Comincerei con il citare 2Corinzi 8,9: “Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”. La ricchezza è da intendersi come sovrabbondanza di grazia sotto vari aspetti. Ricchi di verità innanzitutto (Giovanni 8,32). Si tratta di una verità che dona la libertà. Libertà certamente dal demonio ma anche libertà da tutti quelle forme di potere pagane e neopagane che non riconoscono i precetti di vita che discendono dal Dio di Israele, dal Dio dell’Universo. In secondo luogo, la ricchezza è ricchezza di carità e di amore mediante la quale i cristiani, pur non identificandosi da soli e del tutto con il Regno di Dio (concetto più ampio della comunità cristiana in sé considerata), comunque danno un contributo decisivo alla diffusione di tale Regno. La diffusione del Regno che è in mezzo a noi, ci aiuta a capire che è possibile (non è una utopia) costruire un mondo più amorevole, più giusto e dunque più santo. In terzo luogo, la sovrabbondanza di grazia implica il fatto di comprendere e attuare a livello individuale quella vita cristiana che è l’essere giusti in Cristo, per divenire figli degni della Chiesa e testimoni credibili del Vangelo nel mondo. Specie per quanto riguarda le opere di carità (quello che facciamo agli ultimi, lo abbiamo fatto a Gesù, dice il Vangelo) e le Beatitudini. Infine, tale grazia sovrabbondante si traduce nella consapevolezza che Gesù è un Re venuto per servire e non per essere servito e dare la sua vita in riscatto per molti (Matteo 20,28). Anche noi impariamo il potere come servizio, nella sequela di Cristo Dio.
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