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24 settembre 2020: purificazione e contaminazione (L457)

Non solo i nostri difetti, peccati ed errori hanno bisogno di essere portati alla luce della verità divina per pentirci e trovare grazia nella misericordia. Anche le nostre capacità positive vanno portate a Dio per ricevere una purificazione. Infatti, anche nelle nostre doti siamo pur sempre esseri umani toccati dalle conseguenze del Peccato Originale. La Scrittura, infatti, dice di mantenersi puri da questo mondo (Giacomo 1,27). Ma c’è sempre una contaminazione che viene dal mondo e, quindi, c’è sempre bisogno di purificazione. Come può constatarsi, incentro, il mio breve commentino settimanale sul concetto, appunto, di purificazione. I sacramenti purificano il nostro io tentato dall’egoismo e dalla prevaricazione sul prossimo; tentato, inoltre, dallo sparlare di Dio. All’estremo opposto della contaminazione c’è quella sorta di purificazione integrale della persona che il Vangelo chiama “rinascere dall’alto” (Giovanni 3,1-14). Si vede se uno è rinato dall’alto se riconosce la giustizia di Dio nelle opere del profeta (il Vangelo di questa domenica parla di Giovanni il Battista). Rivolto ai sacerdoti e agli anziani del popolo, Gesù infatti dice: “Giovanni [il Battista] … venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli”. Presupposto della purificazione salvifica è il pentimento che apre le porte alla fede cristiana. Preghiamo dunque incessantemente il Signore di purificare le nostre vie per non essere abbandonati alla durezza dei nostri cuori che, di tanto in tanto, fa capolino.

17 settembre 2020: le relazioni umane all'interno della comunità credente (L456)

La fede è una realtà profondamente dinamica; realtà incentrata sulla conversione, prima di tutto, come splendidamente ma anche drammaticamente viene descritto come in un affresco dal Libro del Profeta Ezechiele 3, soprattutto i paragrafi da 16 a 21, cui rimando. Tuttavia, se è vero che la Chiesa è composta da esseri umani, ognuno con la sua personalità e la sua psicologia, ecco che dobbiamo essere consapevoli dell’importanza delle relazioni umane nella comunità dei credenti. Come ricorda il Vangelo di questa domenica, Dio può fare differenze di persona, pur desiderando la salvezza di tutti. E questo secondo i Suoi pensieri e le Sue vie, come enuncia la Prima Lettura tratta dal Libro del Profeta Isaia. E se Dio può fare preferenze, questo accade perché Egli può fare delle Sue cose quello che vuole (cfr. il Vangelo secondo Marco che si legge appunto questa domenica), senza mai venire meno alle Sue promesse. Veramente, dunque, il Signore agisce secondo criteri di bontà e preghiamo che nessuno si senta dire da Lui: “Sei forse invidioso perché io sono buono?”. Tornando al discorso iniziale, ecco che dobbiamo prenderci cura delle relazioni umane all’interno della comunità credente, come ci insegna il Vangelo: le relazioni possono logorarsi. Ed allora si impone un lavoro quotidiano di ricucitura delle relazioni logorate e di cura benevola delle relazioni salde, affinché veramente amiamo i fratelli come Gesù ci ha amati.

10 settembre 2020: le sette impronte di Cristo sulla terra (L455)

Questo commentino nasce da un’idea che a qualcuno potrà sembrare curiosa: l’idea è che Cristo camminando sulla terra abbia lasciato sette impronte e che sia possibile ripercorrerle una dopo l’altra. La prima impronta è l’interconnessione di tutti i battezzati. Siamo interconnessi in modo tale che il corpo soffre per il peccato di uno solo. La seconda impronta è la misericordia: vivendo di misericordia, capiamo che siamo tutti debitori del Padre celeste e, dunque, offriamo la remissione di quanto ci devono i nostri debitori, come recitiamo nel Padre Nostro. La terza impronta è l’amore a Dio: desideriamo in modo profondo di essere da Lui continuamente guidati e convertiti alla verità che rende liberi. La quarta impronta è la solerzia: l’impegno nelle opere di bene irradia ogni nostro gesto quotidiano se testimoniamo la fede in modo retto. La quinta impronta è il perdono: Gesù ha perdonato dalla Croce i propri carnefici perché non sapevano ciò che facevano. Quante volte noi siamo come i carnefici di Cristo: non valutiamo bene le conseguenze dei nostri peccati e siamo incoscienti; ma, nonostante ciò siamo perdonati dal Padre e dobbiamo accettare questo perdono perché, come si diceva prima, viviamo di misericordia. La sesta impronta è il donare sé stessi: cioè, abituarci a diventare un po’ come l’Eucarestia – se il paragone non è troppo ardito – pane spezzato per gli altri. La settima ed ultima impronta è la fede: ciò implica guardare a Dio mentre Dio guarda a noi. È l’unico modo che io conosco di trovare la giusta strada della lode, dell’amore, della fedeltà, dell’adorazione come testimonianza che c’è un unico Dio.


3 settembre 2020: l'io disintegrato e la comunione ecclesiale (L454)

Il demonio ha questo potere (se gli diamo distrattamente e, aggiungiamo, anche un po’ colpevolmente, corda): distruggere e disintegrare il nostro proprio io. Tanto che ci sono persone che non sanno neanche più chi e che cosa sono. Più ci radichiamo nella comunità dei credenti, con l’aiuto dello Spirito, più aiutiamo questo tipo di persone a reintegrare il proprio io, aiutandole a iniziare un percorso di riconciliazione con sé stessi, di ricostruzione della propria identità. A mano a mano che si progredisce su questa strada, si ridiviene capaci di relazioni (diciamo “sane”) con il prossimo. Da un punto di vista teologico, il percorso di guarigione spirituale passa attraverso la comprensione del valore del sangue di Cristo. Questa alleanza che Dio ha stipulato con l’umanità, fondata sulla morte e risurrezione del Cristo Dio, è incorruttibile, eterna e indistruttibile. Aspetta solo che il nostro io la accolga. Ma cosa significa accogliere nella piena e matura comprensione il sacrificio e la resurrezione del Cristo come evento centrale della nostra esistenza? Significa ritrovare, forse, fiducia in noi stessi perché l’amore di Dio si è fatto fiducia nell’umanità per il Suo immenso amore. Eravamo tutti peccatori, ma ora, giustificati per la grazia ricevuta, siamo un corpo solo nello Spirito. Come corpo solo, possiamo chiedere nella preghiera la capacità di amare la Chiesa, il prossimo e Dio stesso e Dio ci concederà questo beneficio, nel contesto di un io completamente riconciliato con sé stesso.

27 agosto 2020: i rischi spirituali (L453)

Il Signore veramente è degno di essere creduto, prima, e, poi, seguito con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Ecco perché voglio soffermarmi sugli impedimenti alla sequela del Signore, cioè su quelli che chiamerei i “rischi spirituali”. È un rischio spirituale tutto ciò che allontana dalla fede e dalla sequela e che finisce col danneggiare la nostra anima. Gesù, infatti, ci ha avvisato di temere “colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna” (Matteo 10,28). Ci sono cioè trappole diaboliche dietro tre rischi spirituali, senza voler essere esaustivi: la falsa dottrina, l’ipocrisia e l’avidità. La falsa dottrina ci fa vivere nell’illusione di vivere in pace con il Signore, inducendoci a non percepire il rischio di perdersi dietro a filosofie, teologie e pensieri erronei e fuorvianti. Di San Domenico si dice che vinse gli eretici con il Santo Rosario. Qualunque idea che coltiviamo va verificata e condivisa con i fratelli perché sbagliare può essere umano, direi quasi “normale”. Il Rosario e la preghiera in generale (ciascuno ha le sue preferenze circa questa o quella preghiera) sono un’arma formidabile contro i rischi spirituali. Dovendo necessariamente essere sintetici, passiamo all’ipocrisia. L’ipocrisia è l’arte di apparire una cosa, pur essendo in realtà un’altra. Le persone ipocrite indicano un sentiero che va seguito secondo ciò che dicono ma non secondo ciò che fanno (cfr. Matteo 23,3). L’arma migliore contro l’ipocrisia sono la Confessione e la direzione spirituale. Infine, l’avidità è il grande e terzo rischio spirituale. Ne parla la Bibbia in vari punti. Vorrei qui solo ricordare la Parabola del seminatore dove si menziona l’inganno della ricchezza (Matteo 13,22). Questa ricchezza ha il potere di soffocare la parola e impedisce che quest’ultima porti frutto (idem). Quali terribili trappole il demonio ha concepito! Ma più forte di tutte queste trappole è l’amore di Dio che ci tiene uniti a Cristo se veramente lo vogliamo, se ragioniamo secondo Dio e non secondo gli uomini, come ci ricorda il Vangelo di questa domenica.

20 agosto 2020: crescita integrale nella fede (L452)

La comprensione che Dio ha di noi può essere intuita se pensiamo che essa vive di ed in una dimensione integrale. Per “integrale” intendo che Dio ci è compagno nella sfera sia materiale, sia spirituale. Esiste, dunque, un “materialismo buono” a fianco ad un “materialismo bieco” (come lo ha chiamato il Cardinale Comastri)? Certamente sì, il Signore guida la nostra vita, se lo vogliamo, in tutti i suoi aspetti. A noi spetta vivere da figli. Ma viviamo veramente da figli? Curiamo la qualità delle nostre relazioni? Ci sforziamo a volte senza ottenere. Quest’ultimo è il mistero dei nostri limiti, della nostra fragilità, della nostra povertà e piccolezza. Se però sogniamo con Dio circa noi stessi, se accettiamo il progetto che Dio ha su di noi, non importa più che diventiamo grandi personaggi del mondo. Umilmente accettiamo la semplice circostanza di fare la volontà di Dio. Questo ci completa e ci perfeziona in ogni aspetto della nostra vita e della nostra persona.

13 agosto 2020: camminare nella gioia dei santi (L451)

Se ci interroghiamo sul nostro io e non troviamo quella gioia che la Bibbia annunzia in vari punti, dobbiamo elevare la nostra preghiera al Signore perché non vi è dubbio che Egli è l’Autore e il Donatore di questa gioia. La nostra gioia di cristiani deriva da vari fattori, ma principalmente dalla prima venuta di Gesù e dall’attesa del Suo glorioso ritorno. Come due fiumi che allietano una città, così la gioia dei fedeli e la gioia dei santi allietano la Chiesa, ad imitazione del Cuore stesso di Dio. Come si capisce, questa settimana medito sulla gioia dopo aver meditato la settimana scorsa sull’amarezza del vivere e – la settimana ancora prima – dopo aver meditato sui concetti di Pace e di Gloria. Dicevo sulla gioia che la Chiesa cammina nella Storia umana nella gioia principalmente perché vive nell’attesa del ritorno del Signore. Il Vangelo di questa domenica ci parla di questa donna cananea che non si arrende e chiede con insistenza a Gesù una grazia per la figlia malata, tormentata da un demonio. Chi è tormentato in questo modo è sicuramente tentato dalla tristezza e perde la gioia del vivere nella fede. La gioia che la donna cananea prova dopo la guarigione della figlia è un dono che nessuno le può togliere. E ci mostra che una delle strade per ottenere la gioia è la caparbietà di chi crede nell’inverosimile. Ciò che, infatti, è inverosimile per la mentalità del mondo, è possibile secondo la fede in Dio. Concludo dicendo che la gioia dei santi ci illumina come cattolici ed è anche la nostra gioia. Nessuno ci può togliere la gioia che Gesù stesso ci ha donato.

6 agosto 2020: l'amarezza del vivere (L450)

Anziché offrire l’ennesimo commento alla Scrittura di domenica 9 agosto 2020, vorrei soffermarmi su di un concetto, dopo aver riflettuto la settimana scorsa sui concetti di Pace e di Gloria collegati assieme. Tale concetto su cui riflettere è quello dell’amarezza della vita. Una esperienza che Gesù ha vissuto sicuramente in quanto ha condiviso in tutto la nostra vita umana (eccetto che nel peccato). Infatti, l’amarezza di Gesù è lecito immaginarla nel momento in cui è stato rifiutato dal Suo popolo. Prima di consegnarsi liberamente alla Sua Passione, il Vangelo ci dice che Gesù nel Getsemani, dopo aver pregato, prese con sé Pietro e i due figli di Zebedèo (cioè Giacomo e Giovanni) e “cominciò a provare tristezza e angoscia”. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte”. Si tratta degli stessi personaggi che Gesù chiama per la Trasfigurazione. Gloria e amarezza sono mescolate assieme. Il filosofo Sartre parla di nausea del vivere, un concetto che male si adatta a Gesù, come invece si adatta la amarezza del vivere. Questa amarezza, nel cristianesimo, può essere vista come il momento in cui vincono le tenebre. È una situazione ampiamente descritta sia dal Vangelo, sia dall’Apocalisse. Tale amarezza deriva in Gesù, e così anche per noi, dall’essere in esilio: non siamo infatti ancora entrati nel Regno di Dio, in comunione con tutti i santi dopo la morte. Eppure, è possibile vivere questa amarezza positivamente, nella luce della fede. Intendo dire che è doveroso reagire, contribuendo ad un mondo più giusto e fraterno anche quando sembra prevalere il terrore dell’ingiustizia. Anche quando abbiamo la sensazione di essere circondati dal male, c’è sempre una strada che Dio ci indica di percorrere perché in noi vinca il bene sul male e l’amarezza si trasformi in gioia nel Signore Gesù che gloriosamente ha vissuto e gloriosamente è risorto.

30 luglio 2020: Pace e Gloria (L449)

Due dimensioni della fede che non vengono di solito accostate: la Pace e la Gloria. Nell’Eucarestia le ritroviamo entrambe. A volte è capitato un po’ a tutti noi che durante la Santa Messa ci mettessimo a pensare ad altro, che ci annoiassimo e vorremmo, dunque, che la Messa finisse il prima possibile. Anche nel Vangelo di questa domenica, gli apostoli vorrebbero “accorciare” questo rito santo che è sfamare gli affamati. Gesù fa loro capire che essi, gli apostoli, devono diventare il cardine della carità verso gli affamati. Ma affamati di cosa? Di molte cose. Innanzitutto del pane materiale che sfama con la condivisione. Poi affamati di senso per la loro vita. Infine, affamati di Dio stesso che si dona a noi come pane spezzato e sangue versato. Così, rispetto alla immaginazione dei discepoli, la storia si complica in un modo perfetto e stupefacente. Pace e gloria, dicevo. Se capiamo che l’Eucarestia include questi due aspetti, vorremmo che la Messa non finisse mai, altro che annoiarci! La pace di Cristo è con noi tutte le volte che facciamo agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi, secondo il noto criterio evangelico di Matteo 7,12. La gloria è con noi nell’Eucarestia perché ci rende capaci di vita eterna, cioè di una vita pienamente realizzata nella relazione sana e santa con Dio. Pace e gloria a tutti, dunque, vicini e lontani dalla Chiesa e dalla fede!

23 luglio 2020: Dio glorifica l'uomo (L448)

Prima di spendere delle parole di commento al Vangelo, mi soffermo sulle prime due Letture. La prima parla delle richieste a Dio di Salomone il quale regna al posto di suo padre, Davide. Un bellissimo dialogo tra Salomone e Dio, nel contesto del quale Dio rispetta la libertà di un cuore saggio (quello di Salomone, appunto) che chiede a Dio il discernimento nel giudicare. Se ogni uomo viene da Dio e a Dio ritorna, sono molti gli uomini che già durante la vita, con cuore docile, mirano a incamminarsi verso Dio facendo di questo cammino lo scopo di tutta la vita. Questa è la sorte del popolo santo di Dio, i cristiani. Circa la seconda Lettura, San Paolo ci mostra come, nel cristianesimo, non solo è dato all’uomo di santificare il nome di Dio ma Dio a sua volta glorifica l’uomo (Romani 8,30). Se la gloria viene solo da Dio, come è preziosa la testimonianza dei santi! La Madonna e i santi ci mostrano l’apice della grazia che è diventare un Alter Christus. Il percorso di grazia è descritto nel Vangelo di questa domenica come contributo di ogni credente all’edificazione del Regno di Dio. Siamo chiamati così a scelte coraggiose ma in realtà premianti e anche necessarie per santificare noi stessi e il mondo così come Dio santifica il mondo.

16 luglio 2020: i giusti splenderanno come il sole (L447)

Ho letto su Famiglia Cristiana il commento di don Fabio Rosini al Vangelo di questa domenica. L’ho trovato talmente azzeccato che non saprei cosa aggiungere; non posso aggiungere molto. So, in base alla mia personale esperienza di fede, che il Signore ci preserva dalle mani di chi opera il male. E se ci capita qualcosa che chiamiamo “sventura”, anche in questo caso, se veramente abbiamo fede, Dio trae il bene dal male. Il male, però, per alcuni (forse, per molti) rimane seducente anche quando assieme al grano spunta la zizzania; anche allora ci sono persone talmente accecate dal nemico da continuare a difendere la zizzania. I malvagi, infatti, li chiamo così: “accecati”. Chi è (in tal senso) cieco va curato con amore perché torni a riconoscere il bene, torni a distinguere il grano dalla zizzania. La cecità lascia sempre la speranza che il malvagio riacquisti la vista. La negazione/rimozione del male dovuta a questa cecità è una sorta di negazionismo sia dal punto di vista della fede, sia dal punto di vista della morale. Oggi vediamo spesso nelle canzoni, nei film, nel mondo in generale che il male è presentato come bene ed il bene è presentato come male. La Chiesa è o, perlomeno, dovrebbe essere come il faro sulla costa del mare. I naviganti hanno in Dio, anche tramite la Chiesa, un punto di riferimento per non smarrire la rotta, perseverando. La perseveranza ha un traguardo finale quando, come dice il Vangelo, “i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro”. E speriamo che questi giusti siano in gran parte ex malvagi che hanno trovato la via, la verità e la vita.

9 luglio 2020: la Parabola del seminatore e il nostro libero arbitrio (L446)

La grazia in noi per come l’abbiamo chiesta ci prepara alla vita nello Spirito. Per tale motivo, mi pare si possa accostare la Parabola del seminatore a quel passo del Vangelo che dice: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto” (Matteo 7,7-8) ecc. Si deve partire dalla fede che ci prepara a ricevere la grazia. La Parabola del seminatore non viene così interpretata tanto come un dato di natura che caratterizza l’uomo, ma come l’esito di un percorso di crescita morale e spirituale in cui ha parte determinante ciò che abbiamo sperato dal e chiesto al Signore con il nostro libero arbitrio. Se abbiamo chiesto la grazia, siamo già terreno buono. Ma va anche notato che Dio semina in tutti i terreni tanto in quelli “buoni” come in quelli meno fortunati. Questa è la vera misericordia di Dio per cui restare meravigliati. La Parabola, dunque, può anche riferirsi ad una stessa persona nelle varie fasi della sua vita. Ogni persona che non ha portato frutto in passato, può fare memoria decisiva di tale fallimento e portare frutto in futuro. Dio è paziente e insiste sino alla nostra morte nell’offrirci il seme buono.

2 luglio 2020: l'iniziativa di Dio per noi (L445)

Noi spesso non troviamo le parole per esprimere quanto bene, quanto amore, portiamo a Dio. Siamo vuoti, o meglio, facciamo esperienza del vuoto di ispirazioni buone e pensieri virtuosi. Ma Dio, nel farsi incontro a noi, ci riempie dei doni che danno senso pieno e pregnante alla nostra fede. Occorre farsi piccoli, dice il Vangelo di questa domenica, per accogliere la rivelazione del Signore. Ma rivelazione di che cosa? Certamente, del Suo amore. Cioè, se anche noi non troviamo le parole, è Dio che le trova per noi e le rivela tramite il Suo santo Spirito. L’amore di Dio ci nutre mediante i sette doni dello Spirito Santo. Io credo che questo avvenga gradualmente. Gradualmente, infatti, comprendiamo il nostro peccato: quanto siamo fragili. La verità, l’amore e la giustizia di Dio sono allora destinate a divenire, mediante lo Spirito, la nostra forza. Mi viene in mente, in proposito, quel passo del Vangelo che dice: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Giovanni 15,16). Negare l’iniziativa di Dio verso di noi conduce all’errore. Il cristiano, in altri termini, sa di non essere autosufficiente. Attingiamo, infine, grazie al Figlio, la conoscenza del Padre. Un Padre che è misericordia nel puro senso di un amore che sorpassa in nostri limiti umani. Così facendo, come dice il Vangelo, troviamo ristoro  e troviamo un giogo dolce ed un peso leggero.

25 giugno 2020: realtà invisibili e realtà infinite (L444)

È impossibile seguire Cristo nelle beatitudini, nella carità e nei vari precetti sparsi un po’ in tutto il Vangelo, senza avere valide guide. A volte, abbiamo a che fare con pastori poco credibili o, perlomeno, che la gente non ama. Questo pone un grave problema che consiste nello smarrimento delle pecorelle e finanche nella loro dispersione. Una guida valida ci conduce alla ricerca delle realtà infinite e di quelle invisibili. I beni preparati per noi sono di tal fatta: sono misteri perché camminiamo nella fede e non ancora in visione (2Corinzi 5,7). C’è una sola realtà che è superiore all’amore a Dio e al prossimo ed è l’esistenza di Dio stesso. In tale senso, la verità supera l’amore perché da questa verità (l’esistenza di Dio) tutto dipende. Stavo parlando delle realtà visibili e di quelle infinite. La verità che Dio esiste ci proietta in entrambe le realtà. Dio è invisibile, crediamo in una realtà invisibile che lascia delle tracce, però, sulla terra come le opere compiute dal Cristo, il Dio-con-noi. Giovanni 14,11, infatti, recita: “Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse”. Ma tutte le verità della fede confluiscono nella realtà che Dio, non solo esiste, ma è amore. Questo ci dà fiducia circa il giudizio. L’amore di Dio trascina noi come un bambino trascina un aquilone. E non è possibile seguire Dio sulla strada dell’amore se non si ha un cuore puro. Torniamo al tema delle beatitudini che recitano: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Matteo 5,8). Torniamo anche, concludendo, al tema della visione beata, meta del nostro pellegrinaggio terreno.

18 giugno 2020: predersi cura dell'anima (L443)

Il concetto di “intimità”, oltre al suo significato di confidenza fisica tra sposi, nel cristianesimo può anche assumere un’attenzione particolare che si destina alla propria anima. Come ci si prende cura di una pianticella con amore, innaffiandola, così anche l’anima ha bisogno di tante cure basate sull’amore che abbiamo per essa. In passato, ho ricordato l’importanza del radicamento della fede nella Chiesa sotto altri aspetti, ma questo di cui ci occupiamo oggi è centrale e decisivo. Ci richiama ad una responsabilità precisa che dipende in larga misura dalla nostra volontà. “Signore, io voglio che la mia anima sia salva!”, imploriamo spesso ogni giorno. Quando prendiamo l’Eucarestia possiamo a buona ragione pregare dicendo: “Non sia per me motivo di condanna ma ci conduca alla vita eterna in Paradiso, Amen”. La liturgia ci invita, inoltre, a pregare che il sacrificio sia gradito a Dio, Padre Onnipotente. Preghiamo che l’eucarestia sia bene accetta “per il bene nostro e di tutta la Sua santa Chiesa”. Affidiamo, infine, la nostra anima alle cure tenere e dolcissime della Mater Dei. Per avere una bella anima, fuggiamo con orrore tutto ciò che Dio detesta e, se abbiamo peccato, torniamo a Dio con tutto il cuore (contrito). Infine, domandiamoci: come Dio si prende cura della nostra anima? Non ci capiti di essere rinnegati perché abbiamo rinnegato Cristo di fronte agli uomini. Accogliendo Cristo, Egli ci guida prendendosi cura dell’anima e del corpo perché la misericordia di Dio trasforma le cose, facendole tutte nuove in noi (cfr. Apocalisse 21,5)!

11 giugno 2020: Corpus Domini (L442)

La consapevolezza di sé e del mondo propria del cristiano si sviluppa su diversi livelli. La prima consapevolezza è di essere creature di Dio, fragili eppure fatte poco meno degli angeli (Salmi 8,6). La seconda consapevolezza è di essere peccatori, sapendo che l’amore di Dio si rivela anche e innanzitutto come misericordia; e la misericordia segue strade impensabili, come manifestazione, quale essa veramente è, di una Provvidenza onnipotente e onnipresente. La solennità del Corpus Domini, con le Letture che la accompagnano, apre un nuovo orizzonte alla consapevolezza. La prima è enunziata dalla prima Lettura (dal Libro del Deuteronomio) ed è una “libera dipendenza” da Dio quanto al pane che i credenti ricevono da Dio stesso nell’attraversamento del deserto. C’è un collegamento tra l’ascesi (uno dei significati del deserto) e il nutrimento che viene da Dio. Sempre il Libro del Deuteronomio ci apre alla consapevolezza che “l’uomo non vive di solo pane ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”. Il ponte che unisce l’uomo a Dio è fatto del pane e della Parola. La seconda Lettura (dalla prima Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi) ci introduce in una diversa consapevolezza: “poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo”. Tutte le consapevolezze confluiscono però nell’adorazione del pane eucaristico e nel cibarci di esso. La vita del mondo dipende da esso. La vita eterna e la resurrezione nell’ultimo giorno sono anch’esse strettamente legate al pane eucaristico. Tutte le volte che ne mangiamo, siamo più consapevoli del legame con Cristo e con il Padre, un legame di “amore liberante” che elimina l’affanno per le cose e le soddisfazioni del mondo.

4 giugno 2020: vittoria sul mondo e salvezza del mondo (L441)

Che relazione c’è tra la vittoria di Cristo sul mondo e l’amore di Dio per il mondo? Strettissima. Infatti, il mondo sognato da Dio non si è ancora pienamente realizzato, ma nel frattempo, Dio ha vinto il mondo, cioè ha vinto lo spirito di sopraffazione, di contesa, di divisione, di egoismo. Nonostante questi mali, Dio vuole la salvezza del mondo. Qui nasce la nostra missione di battezzati con acqua e poi con lo Spirito Santo. Nel contesto della missione, anche noi, ad imitazione di Cristo, vinciamo i mali che sono dentro di noi e all’esterno, per costruire due comunità. La prima comunità di tutti gli uomini per un mondo di pace e di speranza, nella gioia che Dio vuole donare a tutti. La seconda comunità è quella della Chiesa nella quale, anche grazie alla forza dei sacramenti, sperimentiamo già il Regno di Dio che è in mezzo a noi. Gesù si dona a noi ogni giorno, si spende per salvare il mondo anche tramite la Sua Chiesa e tramite i misteri salvifici i quaLi operano tramite il Santo Spirito per chiunque osserva i precetti del Signore. Così, esultiamo nella gioia perché mandando Gesù, Dio ci ha donato questa beatitudine somma, la liberazione dal male nella nostra anima, nel nostro cuore, nella nostra coscienza umana (universale) e cristiano-cattolica.

28 maggio 2020: la Madonna, lo Spirito e le profondità di Dio (L440)

La domenica di Pentecoste ci ricorda come lo Spirito ci illumini circa le profondità di Dio. A ben vedere, si può intravedere nella storia della salvezza, una proficua collaborazione tra lo Spirito e la Madonna. La Madonna è la pienamente istruita dallo Spirito perché queste profondità di Dio si trasformino in noi in preghiera ed azione a beneficio della Chiesa e del mondo intero. Senza una nostra risposta nel contesto delle profondità del Signore a ben poca cosa lo Spirito ci ha beneficati. Queste profondità, infatti, ci mostrano che Dio è amore e, inoltre, ci svelano come Dio è amore. Un amore totalmente disinteressato, salvifico e gratuito. La speranza dei credenti e la visione dei mistici illuminano il cammino della Chiesa nella Storia. Il Dio che cammina con noi, a fianco a noi, ci sostiene con il Suo Spirito, quello Spirito che ha fecondato Maria, incinta del nostro Messia, del nostro Dio-con-noi. Senza Maria, senza il Suo aiuto, si fraintende tutto il cattolicesimo e si rischia di perdere la speranza. Come dice San Giovanni nella sua prima lettera, 5,4: “Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede”.

21 maggio 2020: conoscenza profonda di Dio e amore per Lui (L439)

La generazione di Gesù, cioè di coloro che lo hanno visto operare e sentito parlare, che hanno potuto toccarlo e fare esperienza della Sua dolcissima amicizia, questa generazione – dicevo – ci precede nella grazia ricevuta. Ma Gesù ha anche promesso di essere con i discepoli tutti i giorni sino alla fine del mondo. Ora, ognuno di questi discepoli ha ricevuto i talenti da Gesù per dare esecuzione alla vocazione specifica “esistenziale” nella fede. Non tutti siamo sacerdoti, pastori, maestri ma tutti siamo chiamati ad amare. L’amore dei credenti (e anche di una parte dei non credenti) per Gesù è come una calamita che attira Gesù a tornare sulle nubi prima della fine del mondo. L’attesa beata si fa così amore per i fratelli, amore per la Chiesa, amore per la Parola e per l’Eucarestia. L’Eucarestia, in particolare, non ci lascia orfani ma ci fa tutti fratelli nell’amore di Cristo. San Paolo (seconda Lettura) prega e prevede che Dio ci dia “uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di Lui”. Questa conoscenza è la pasta e l’amore è il lievito che la fa crescere. Se siamo consapevoli di questo, non possiamo anteporre nulla all’amore a Dio e al prossimo, secondo la missione ricevuta dal Signore.

14 maggio 2020: i cristiani sono una élite? (L438)

C’è una lezione santa nel Vangelo di questa domenica. È la lezione della fiducia in Gesù, dell’amore verso Gesù, dell’azione dello Spirito Paraclito come una implicazione dell’amore reciproco tra l’uomo ed il Creatore dell’universo. Lo Spirito si intreccia con le nostre vite, intenzioni e desideri per farci capire che i cristiani non sono orfani. Sembra quasi che lo Spirito scelga alcuni a scapito di altri, come se facesse nascere una élite. Ma allora il cristianesimo è un fenomeno elitario? Alcuni passi del Vangelo fanno pensare a questo. Ricordiamo ad esempio quel passo che dice: “molti sono chiamati ma pochi eletti” (Matteo 22,14). All’estremo opposto stanno quei passi che fanno pensare ad una fratellanza universale di tutti gli uomini. Ad es., il Vangelo dice che Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio unigenito (Giovanni 3,16). Un Dio che “… fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti”. D’altra parte, Gesù è morto per tutti, per attirare tutti a sé. Ogni uomo è un redento. Solo un rifiuto ostinato dell’amore di Dio può portare qualcuno alla perdizione. Infatti, circa il fatto che qualche anima si perda nell’inferno non sappiamo nulla, mentre nutriamo la speranza che tutti si salvino. A perdersi non sono i non credenti in quanto tali ma i non credenti se empi. Dio solo è il giudice il quale Dio è venuto non per condannare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui (Giovanni 12,47). Preghiamo che tutti si salvino e lasciamo il mistero tale e quale è, perché il mistero va contemplato e non posseduto. Il mistero cui accenno è contenuto nelle chiarissime, ultime parole del Vangelo di questa domenica che mi limito a riportare: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Giovanni 14,21).

7 maggio 2020: l'importanza della meditazione nella fede (L437)

Una delle componenti dell’essere cristiano è la fedeltà al popolo di Dio e, prima ancora, – come ha detto Papa Francesco nell’omelia della Messa a Santa Marta il 7 maggio 2020 – il sentirsi parte di questo popolo. In questa domenica Gesù parla delle dimore eterne che attendono il santo popolo di Dio come meta del nostro pellegrinaggio spirituale. Però, invece che commentare la Scrittura di questa domenica, vorrei esprimere alcune idee sul tema della meditazione. Non vi è dubbio che un aspetto rilevante dell’esperienza di fede è la meditazione delle verità di fede. Una è proprio quella accennata della nostra appartenenza al popolo fedele a Dio. Meditando su questa fedeltà, siamo portati a pregare Dio di mandare sempre lo Spirito Paraclito come “collante” del popolo di Dio, cioè come Spirito che risana, che incoraggia, che sostiene, che unisce tutti come parte di un’unica famiglia. La preghiera è un momento di meditazione oppure forse è fatta male. La lettura delle Scritture è anche un momento di meditazione sul loro significato nella nostra vita. L’esame di coscienza lo è altrettanto e così pure il mistero dell’Eucarestia. Come dice il Salmo 1, 1-2: “Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte”. Se manca la meditazione di tutte queste cose durante la nostra giornata, forse c’è qualcosa di mancante, c’è qualcosa che non funziona nella nostra vita di fede, di popolo di Dio.

30 aprile 2020: Gesù è la porta (L436)

La realtà della Resurrezione di Cristo ci evita di percepire il racconto evangelico relativo come un libro di fantascienza. Infatti, da molto tempo per mezzo dei Profeti, la Trinità Santissima invitava uomini e donne di tutte le generazioni e di tutte le Nazioni a prepararsi all’avvento del Messia. Nel realizzare tale profezia, Gesù ci rende Suoi parenti (cfr. Matteo 12,50). Facendo la volontà di Dio, siamo come quasi dico coattivamente (ma è meglio dire naturalmente e istintivamente) chiamati a attraversare quella porta che è Gesù stesso. C’è chiaramente un prima e un dopo il passaggio della porta perché, attraversatela, troviamo pascolo come dice il Vangelo di questa domenica. Il sospetto che Gesù possa ingannare l’umanità lascia il posto ad assenza di cinismo e di egoismo per trovare la carità. La carità ci aiuta a riconoscere Gesù Cristo in ogni fratello e sorella sofferenti. Ma più ci immedesimiamo con Gesù più diventiamo docili ai comandi amorevoli, alla guida che Gesù esercita nella nostra vita. Trovare pascolo è ricevere benefici inimmaginabili da Gesù: tra questi la pace dello spirito che grida “Abbà, Padre”. Un padre nel quale siamo tutti fratelli. In questo contesto di gioia e di salvezza brillano più di ogni altra stella la Madonna e i Santi. Veramente, con l’anima possiamo conoscerli (la Madonna e i Santi) per avere un esempio mirabile di come cercare la porta e attraversarla con la gioia che dona il seguire il Santo Spirito di Gesù che ci conduce a Lui.
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