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2 maggio 2019: fede e amore verso il Signore (L380)

Ritornare da Gesù dopo i nostri fallimenti, richiede fede. Perciò, il percorso esistenziale della Chiesa nella persona di San Pietro che la rappresenta è un percorso di errore e di redenzione. Errore perché in esso si svela tutta l’umanità fragile di Pietro. Fede perché San Pietro non si dimentica mai del Maestro che è per lui sia pietra d’inciampo (quando lo rinnega per tre volte), sia redenzione, fine ultimo della sua vita, amore, morte santa, testimonianza eterna. Il passo del Vangelo che però più mi ha colpito è la domanda che Gesù ripete a Pietro: “Mi vuoi bene?”. Questa domanda mi pare esprima la verità ed il concetto che la fede in Gesù è inseparabile dall’amore per Lui, altrimenti non è vera fede. Inoltre, la missione di pascere le pecorelle che appartengono al Signore è anch’essa saldamente ancorata all’amore per il Maestro.

25 aprile 2019: non si può né "sedurre" la, né "fare violenza" alla Chiesa" (L379)

Non si può coltivare il senso di appartenenza alla Chiesa – uso una immagine un po’ forte – seducendo la Chiesa o facendole violenza. Si deve attendere e poi ancora attendere che i sacramenti ricevuti diano il loro pieno frutto dentro di noi, come un bocciolo che deve aprirsi, come un frutto che deve maturare. La Chiesa, tramite l’apostolo Tommaso, ha incontrato il Cristo nei segni della Passione. Forse è stato sottovalutato questo gesto perché Tommaso diviene testimone credibile attraverso un incontro, possiamo dire, fisico con il Maestro, cioè facendo una esperienza unica che diventa memoria eterna della Passione del Cristo Risorto. È grazie a questa esperienza che la Chiesa può fondare la fede su di un legame con Gesù che permette, da quel momento in avanti, di credere senza aver visto! La Chiesa è il “filtro” da cui si deve passare per condividere questa esperienza unica di incontrare il Signore. In Tommaso, tutti possiamo contemplare i segni della Passione del Signore, cioè possiamo fare esperienza di una Resurrezione che ispira il nostro percorso di fede, facendo anche di noi dei “risorti”.

18 aprile 2019: Pasqua 2019 (L378)

La Resurrezione rappresenta l’apice della storia del sacerdozio di Cristo il quale – dice la Lettera agli Ebrei – è consacrato per sempre al modo di Melchisedek. Perciò, il significato di questo sacerdozio consacrato dalla Resurrezione è che Cristo è sacerdote vivo per sempre, il Dio con noi che ci guida secondo un percorso che è predestinato per il Figlio ma non per noi che contempliamo questo meraviglioso evento. Infervorarsi per il dono inaspettato della Pasqua cristiana è un atteggiamento normale per il credente. Allo stesso tempo, l’umanità è trasfigurata in tale Resurrezione nel senso che tale evento getta una luce nuova su tutta la Storia umana. E la Madonna è mediatrice di questa benedizione laddove ella prega che ogni essere umano sia illuminato dalla Resurrezione del Figlio. Sarebbe ingratitudine verso Dio rifiutare la luce che emana da Gesù risorto. Ad alcuni, però, è dato di conoscere meglio, cioè più lucidamente e più consapevolmente, i misteri di Dio. Questo dono che Dio ci fa lo dobbiamo ridonare mostrando i nostri carismi sacerdotali, profetici e regali resi possibili dalla Resurrezione del Signore dell’eternità, della Storia. Se Dio ci rende degni di contemplare la Resurrezione del Figlio amatissimo è perché amore e verità in Lui sono inestricabilmente mescolati. Un po’ come sono inesorabilmente mescolate misericordia e giustizia. La Resurrezione di Cristo è quella luce posta sul lucerniere (Marco 4,21) che illumina tutta la stanza, cioè tutta la Chiesa in primo luogo e tutta l’umanità, in secondo luogo.

11 aprile 2019: Passione di Cristo e sofferenza ingiusta (L377)

Possiamo chiederci in quale senso e sotto quale aspetto la sofferenza di Gesù durante la Sua Passione “trasudi divinità”, in quanto tale sofferenza viene assorbita/assunta nella natura divina stessa del Cristo. A me pare che il discepolo fedele al suo Maestro debba riflettere molto su questo aspetto in quanto, se Dio soffre, non può che avere compassione di tutti i giusti che soffrono per amore del Signore. Cioè, dietro la Passione del Signore, si nasconde una grande beatitudine per tutti i sofferenti. È la sofferenza stessa che viene ad essere divinizzata. E la sofferenza ingiusta divinizza chi la prova. Allo stesso tempo, non possiamo non provare dolore e compassione per questa sofferenza del Dio Appassionato. Perciò, a me pare che non ci sia reliquia più sacra, dopo la Croce stessa, della Corona di Spine, sino ad arrivare ad una intensa devozione per essa. Anche la santità della Madonna sotto la Croce va menzionata come divinizzazione della sofferenza, nel senso di una sequela di Cristo. Tutti gli esseri umani che soffrono ingiustamente sono, dunque, più o meno consapevolmente, nella sequela del Signore. Un altro elemento fondamentale che compare in questa domenica delle Palme, è il sangue di Gesù. In primo luogo, nel Getsemani, dove il sudore divenne come gocce di sangue.  Poi, nel sangue versato per la Corona di Spine e per i flagelli. Infine, nel sangue versato sulla Croce. Questo sangue viene offerto dal Dio fatto uomo per la redenzione di noi tutti (tanto che l’Apocalisse, 7,14 parlerà di “coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello”). Non menziono il sangue eucaristico che ha un significato tutto suo e particolare e che meriterebbe un discorso a parte.

4 aprile 2019: l'adultera, il libro bianco e la sapienza (L376)

Se nel corso della vita abbiamo incontrato Dio – come l’adultera ha in effetti incontrato Dio – scopriamo che il Suo perdono e la Sua grazia hanno il potere di donare e ridonare la vita. Può sembrare una constatazione un po’ semplice e radicale, ma le cose stanno proprio così. Gesù consegna all’adultera – di cui vede il peccato ma anche, e soprattutto, la persona – il libro bianco su cui dovrà scrivere tutta la propria vita futura. Potremmo chiamarlo il libro della sapienza esistenziale della donna colta in adulterio. Perché, con l’aiuto di tale sapienza, ella potrà scrivere azioni e pensieri di una vita che si è rinnovata nel perdono e che sono graditi a Dio. Non c’è scuola migliore alla quale apprendere, infatti, una vita spiritualmente e moralmente sana, se non la scuola di Gesù Cristo Signore. A questa fonte d’acqua di vita eterna, nonostante i peccati passati ma perdonati, tutti desideriamo abbeverarci dopo aver sperimentato l’incontro concreto e personale con il Maestro.

28 marzo 2019: la Parabola dei fratelli mediocri (L375)
La si potrebbe vedere, la Parabola del Vangelo di questa domenica, un po’ provocatoriamente. Cioè, la si potrebbe vedere come la Parabola dei fratelli mediocri. Due fallimenti che Dio guarda con amore e forse con commiserazione. Ma se guardiamo più attentamente, possiamo incrociare due dolori. Il dolore del figliol prodigo, dolore destinato ad una catarsi costruttiva nel finale. Il dolore del figlio maggiore che viene consolato dal Padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”. Prescindiamo ora dalla Parabola, con una riflessione più ampia: catarsi e consolazione sono esperienze in realtà comuni nella vita cristiana. Le sperimentiamo quando Dio stesso si china su di noi, sulla nostra anima e sulla nostra coscienza. Certamente Dio, così facendo, trova cose nuove e cose antiche dentro di noi, cose giuste e cose sbagliate. Ci offre di diventare creature nuove nel contesto del quale i peccati della vita passata vengono sì messi alla luce del Suo Volto, ma anche perdonati e ancor più cancellati. E questa è l’opera del Signore, la gloria di Dio nella nostra vita: che diventiamo creature nuove.

21 marzo 2019: la collaborazione che eleva a Dio (L374)

La collaborazione tra esseri umani innalza l’essere umano in direzione di Dio. Però, la collaborazione da sola non spiega il mistero dell’homo faber nel senso appena indicato, perché anche le formiche nel formicaio collaborano fra di loro. Dobbiamo invece pensare che la conversione a Dio illumina i rapporti umani di collaborazione divinizzandoli. Infatti, introduce l’agape che è la “benzina” della conversione. Scopo, poi, dell’amore è l’amore stesso perché l’importante è essere sé stessi come Dio è sé stesso cioè, appunto, è Amore. Ma una collaborazione in vista dell’amore supera il peccato, lo trascende e, alla fine, lo distrugge. Per questo, Isaia 1,18 dice: “’Su, venite e discutiamo’ dice il Signore. ‘Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana’”. Un essere umano che non socializza alla luce della fede, che rinuncia alla collaborazione con i suoi simili, rischia pian piano di spegnersi, tristemente.

14 marzo 2019: l'umile trasfigurazione dei discepoli (L373)

C’è la Trasfigurazione di Dio che è descritta nel Vangelo di oggi, domenica 17 marzo; mi domando se esiste anche una trasfigurazione del discepolo, intesa come esodo dal proprio io egoista, a volte idolatra, verso un io più conforme alla volontà di Dio, un io che permette di entrare nella luce divina. Da un certo punto di vista, questa trasfigurazione che sperimentiamo noi tutti discepoli, più o meno fedeli, più o meno maturi nella fede, più o meno ardenti nelle opere di carità, più o meno animati da speranza, è l’Eucarestia stessa e la nostra disponibilità ad accoglierla. Ma se l’Eucarestia è la nostra piccola, umile, trasfigurazione, essa deve portare frutti di vita eterna. Non mi riferisco solo ai tre pilatri della Quaresima, l’astinenza, la preghiera, l’elemosina. Mi riferisco a trasformare tutta l’esistenza in un perenne dialogo con Dio per vivere da familiari di Dio secondo la espressione di Efesini 2,19. Non è una un programma di vita così impegnativo come potrebbe sembrare perché Gesù nostro Dio, con Mosè ed Elia, ci sostengono dal monte della Trasfigurazione da duemila anni a questa parte.

7 marzo 2019: i "no" di Dio e della nostra coscienza (L372)

Nella vita incontriamo il concetto di limite, cioè l’impossibilità di ottenere qualcosa. Quando un genitore ci dice i primi no, scopriamo questo limite. Lo stesso accade quando – ispirata da Dio – la nostra coscienza ci dice di no. Dio pone un limite ad Adamo ed Eva circa l’albero della conoscenza del bene e del male. E dopo la cacciata dal Paradiso Terrestre c’è un limite: non si può tornare alla gioia della condizione paradisiaca. Ecco che nel deserto Gesù dice dei no a sé stesso a al diavolo. Il digiuno stesso che precede le tentazioni è un no, è un imporsi un limite che fa crescere in questa consapevolezza santa di cui si parla. La Madonna è la donna dei sì a Dio ma anche dei no a sé stessa e al Maligno. Così, Ella ci indica una via di santità che non è semplicemente l’autocontrollo, ma una battaglia decisiva contro lo spirito del male.

28 febbraio 2019: frutti e trave (L371)

I segreti di Dio, quelli che sotto la Legge venivano reputati tali, vengono da Gesù spiegati alla luce del sole. L’immagine che abbiamo di Dio non è più quella di un legislatore inconoscibile e un po’ crudele. La Parola che ascoltiamo ci porta innanzitutto ad essere discepoli attenti della volontà dell’Onnipotente. Ma come? Il Vangelo parla innanzitutto di frutti perché è assolutamente certo che ogni uomo produce frutti. Questa creatività dell’essere umano mostra come egli, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, sempre genera evidenze di ciò che egli è nel rapporto con gli altri e con Dio. Se alcuni di questi frutti sono sbagliati, non bisogna “buttar via il bambino con l’acqua sporca” ma discernere attentamente ciò che c’è di buono e ciò che vi è di cattivo. Ossia, occorre selezionare, dopo aver tolto la trave, cioè il peso, la zavorra del peccato e del crimine morale, che a volte alberga più o meno nascosto nella nostra anima.

22 febbraio 2019: amore di Dio, rinuncia a Satana e proibizioni (L370)

Non basta riferire genericamente a Dio la parola “amore” perché esistono diverse concezioni più o meno rispettabili dell’amore. Il cristianesimo si confronta con culture diverse proponendo un concetto di amore la cui essenza, significato e contenuti sono descritti nel Vangelo di questa domenica 24 febbraio. E qui rimando al Vangelo che ognuno può leggere ed è molto chiaro, senza ripetere, dunque, i concetti relativi. Mi soffermo, invece, su un tema che può essere posto con la seguente domanda: come si concilia l’amore di Dio con le sue più o meno varie e tante proibizioni? Io do una mia risposta dicendo che, invece che di proibizioni, dovremmo parlare di rinunce come si fa nelle promesse battesimali nel contesto del quale si rinuncia al male, cioè a Satana stesso. Questa rinuncia è in realtà l’altra faccia di una stessa medaglia sulla quale leggiamo che si deve fare il bene. La rinuncia al male ha cioè una natura fortemente positiva ed assertiva. Oggi benediciamo il Signore perché non abbiamo altro Dio all’infuori di Lui e con la rinuncia al male affermiamo il Suo amore. In altri termini, concludo citando il Magnificat: l’amore misericordioso di Dio si posa su coloro che lo temono. Rinuncia al male e timore di Dio sono dunque pilastri sempre validi ed eterni della fede nell’Amore che ci rinnova ogni giorno della nostra vita, sull’esempio di Cristo che, nella libertà e nell’amore, ha dato la Sua vita per noi.

14 febbraio 2019: falsi profeti e battaglia spirituale (L369)

Nella parte finale del Vangelo di domenica 17 si parla dei falsi profeti. Come Cristo ridona la vista, il falso profeta acceca. Questo accecamento riguarda le categorie che sono destinatarie di quattro “guai”. Nessuno può perdersi davanti al Signore se non è accecato dagli emissari del demonio. Per questo San Paolo dirà in Efesini 6,12: “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. In cosa consiste questo accecamento? Principalmente, come ha recentemente ribadito Papa Francesco, con l’indifferenza di fronte alle lacrime dei poveri. Oltre la categoria dei poveri, possiamo applicare questa verità appena detta a tutti coloro che nella Bibbia sono destinatari di una qualunque beatitudine. Da questa battaglia di cui parla San Paolo usciamo vincitori “per virtù di colui che ci ha amati” (Romani 8,37). In pratica, non c’è autentica fede, né vittoria in essa, se non per virtù di Dio, nel credere all’amore che il Signore ha per noi.

7 febbraio 2019: la maieutica di Dio (L368)

Dio ci dà una missione ma, dopo avercela data, non ci lascia soli: ci fornisce anche gli strumenti per portarla a compimento. Questo cammino, grazie all’intervento divino nella nostra vita, diventa un cammino di perfezione. La principale missione che riceviamo è la valorizzazione di tutte le potenzialità che sono in noi, sia quelle naturali (illuminate dalla grazia), sia quelle insite nei sacramenti della Chiesa, primo fra tutti il battesimo. Questo cammino di perfezione pare a me come una lunga scala che si perde nell’infinito cielo di Dio. Ogni gradino ci avvicina a ciò che potenzialmente possiamo divenire. Maieuticamente, Dio trae da noi il meglio di noi stessi. Allora scopriamo che nascere non è stato invano, anzi è l’inizio di un’avventura bellissima. La pesca miracolosa di cui parla il Vangelo di questa domenica diventa dunque il simbolo di come Dio ci illumina sulle grandi potenzialità che la nostra vita può avere se diciamo il nostro “sì” a Dio, consciamente o inconsciamente. E il salto è grande per Pietro e per gli altri apostoli che da una dimensione umana ma già trasfigurata dall’intervento divino come la pesca miracolosa sperimentano la gioia di diventare pescatori di uomini, sulla Parola del Signore.

31 gennaio 2019: Gesù tra segno ed appartenenza (L367)

Con questo commentino settimanale vorrei riflettere sui concetti di “segno” e di “appartenenza”. L’universo stesso e la terra con i suoi abitanti sono segni della presenza, dell’azione di Dio. Queste considerazioni ci introducono al tema che ogni essere umano può diventare segno dell’azione, dell’opera ed esistenza di Dio. Si tratta quindi di un radicale cambiamento di guardare a sé stessi e al prossimo. Vedere gli altri e noi stessi come segno dell’esistenza di Dio significa forse abbandonare gli idoli del paese natio e della patria per guardare alle cose come le vede Dio stesso. Quanto al concetto di “appartenenza”, mi domando a chi appartiene – in definitiva – Gesù Cristo stesso. Mi pare che il concetto di appartenenza si snodi su due piani. Il primo è un po’ ovvio ed è che Cristo appartiene alla Chiesa la quale, tramite il depositum fidei, illumina le menti e i cuori dei discepoli nel tempo. Il secondo piano del concetto di appartenenza mi pare sia che Gesù Cristo appartiene all’umanità intera. Come disse Natalia Ginzburg, Gesù è simbolo anche per i non credenti o per i credenti in altra religione, simbolo della sofferenza dell’uomo, simbolo del male ingiusto subìto. Questo patrimonio enorme e prezioso che è rappresentato da Cristo stesso va valorizzato alla luce che la Trinità emana nel nostro cuore e nella nostra anima, per testimoniare quella verità che ci fa tutti liberi.

24 gennaio 2019: domenica 27 gennaio 2019 (L366)

Ho sempre avuto un profondo desiderio di conoscere l’umanità del mio prossimo e di confrontarmi con lui. Poi però ho sentito che mi mancava qualcosa di più grande e ho capito che era Dio. E ognuno trova Dio a modo suo. Per un incontro reale con il Cristo bisogna dichiarare e accettare davanti a Lui ciò che siamo e non quello che vorremmo essere. Così, Gesù comprende che per dichiarare sé stesso al prossimo, deve tornare alle proprie radici in quella città di Nazareth dove era cresciuto. Non penso sperasse di essere osannato là, ma c’era bisogno di rendere testimonianza al Padre presso coloro che meglio l’avevano conosciuto sul piano umano. Infatti, rendendo testimonianza al Padre, Gesù trova il modo di rendere testimonianza anche a sé stesso. A Nazareth Gesù spiega il senso della Sua missione. E tramite Lui si va dritto al cuore di Dio che desidera profondamente la liberazione totale dell’uomo. Il passaggio dalle tenebre alla luce mostra dei segni potenti nei poveri, nei prigionieri, negli oppressi e in tutta l’umanità. L’anno di grazia del Signore è un tempo propizio per convertirsi e credere che Gesù è il Messia. L’anno di grazia è un cambiamento cosmico ed epocale perché Dio Padre, in Gesù Cristo, fa nuove tutte le cose per la forza dello Spirito Santo.

17 gennaio 2019: domenica 20 gennaio 2019 (L365)

Oggi contempliamo la gloria di Dio che trova nel Suo popolo la Sua sposa. Non siamo perciò soli nell’affrontare le sfide della fede. Sì perché la fede comporta delle sfide ardue, non per nostra volontà ma per la volontà dello spirito mondano che continuamente mette in discussione la nostra fede e la nostra moralità, sfidandoci appunto. Il Vangelo mostra dei tratti comuni fra Gesù e la Madonna. Tutti e due sono al servizio di Dio e rendono possibile il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino. La Madonna che è la serva dei servi di Dio, Regina della Parola che salva, ci viene incontro con la proposta di seguire il Figlio dell’Altissimo ovunque ci guidi, ovunque ci porti. Uno spirito umile accoglie tale proposta e crede ai segni che Dio manda in mezzo a noi. Il Regno di Dio che Gesù instaura si manifesta anch’esso tramite segni. Questi segni sono stoltezza per gli empi, mentre per la sposa di Dio sono fonte di gioia per la consapevolezza dell’amore di Dio per noi da cui scaturisce, sotto forma di Grazia, la Sua salvezza.

9 gennaio 2019: Battesimo del Signore 2019 (L364)

Molte volte ci chiediamo chi sia veramente Gesù Cristo, un personaggio che per tanta parte dell’umanità rimane enigmatico. Per Giovanni il Battista le cose non stavano così. Egli aveva una idea chiarissima del Messia anche se accompagnata da un dubbio santo (santo, perché serve a illuminare le menti di tutti i futuri discepoli del Cristo) che lo porterà a chiedere “Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?” (Matteo 11,3). Il paradigma vincente della fede si rivela nella gloria di Dio che è anche la gloria del Figlio, proclamato dal Padre mediante lo Spirito Santo che discende su di Lui. Il compiacimento del Padre esprime il dogma magnifico della divinità del Cristo. Riconosciuto dagli uomini di fede come il Giusto mediante il battesimo nel Giordano, Gesù è anche indicato dal Padre come l’Agnello di Dio che sarà immolato per attirare tutti a sé (Giovanni 12,32). E se Gesù ci battezza in Spirito Santo e fuoco, ciò significa che dobbiamo rinascere dall’alto in questi due elementi: lo Spirito che ci santifica e il fuoco che brucia quanto è in noi di impuro.

3 gennaio 2019: Epifania 2019 (L363)

È bello soffermarsi per meditare su ciascuna delle azioni dei Magi, scandite dal Vangelo di questa domenica. Essi (al vedere la stella) provarono una “gioia grandissima”. Dove c’è Dio c’è gioia, sia nel senso di una specifica beatitudine nei segni della Sua presenza; sia anche nel senso di una grazia particolare che conduce al Cristo gli eletti. Poi essi “si prostrarono e lo [il bambino] adorarono”. Un gesto che richiama quello che farà Maria, sorella di Marta, cioè “sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola” (Luca 10,39). La contemplazione di Dio nasce da una intuizione che ha il suo fondamento nella grazia. Poi “gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”. I Magi portano al Dio-bambino il meglio di sé stessi, del loro sapere, della loro esistenza. Come Giovanni il Battista preparerà alla fede il popolo ebraico, i Magi preparano alla fede l’umanità intera, profeticamente, secondo quanto annuncia il Profeta Isaia (Prima Lettura). Infine, i Magi “per un’altra strada, fecero ritorno al proprio paese”. Essi furono dunque “prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo 10,16), cioè cristiani ante litteram.  

31 dicembre 2018: Maria Santissima Madre di Dio, 1° gennaio 2019 (L362)

Come può essere una esperienza liberatoria il dipendere dal Signore? Lo può essere perché, come dice la Prima Lettura (dal libro dei Numeri), il Signore effettivamente ti benedice e ti custodisce sapendo che non potremo mai dare nulla “in cambio” di quanto riceviamo. Ma questa benedizione e questo custodirti ti illuminano e ti liberano dalle schiavitù del mondo. Lo può essere, inoltre, perché, come dice San Paolo nella Seconda Lettura, siamo fatti figli ed eredi per lo Spirito del Figlio che viene inviato nei nostri cuori. Lo può essere, infine, per come i pastori parlano del bambino glorificando e lodando Dio. Nelle parole dei pastori e tramite esse c’è una prima rivelazione della gloria della Incarnazione, il dono più grande che Dio potesse farci; perché Dio incarnandosi si fa vicino all’uomo, fa splendere su di noi il Suo volto, ci dona un esempio, ci dona la salvezza, un porto sicuro dove può approdare la nostra vita.

29 dicembre 2018: Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (L361)

Il Signore che ha preso dimora presso di noi (Giovanni 14,23) ci invita e quasi ci impone di testimoniare questa presenza innanzitutto in famiglia. Paradossalmente, questa esigenza profonda e sentita di fare da testimoni può portarci su strade di grande autonomia, di libertà dal vincolo famigliare. Non è detto che i genitori la prendano bene se non capiscono (subito) la missione divina che ci ha resi liberi, che ci ha posto al servizio di Dio e dei fratelli. Mai una simile situazione può dirsi santa se non è accompagnata dall’onorare il padre e la madre. Lo Spirito Santo ispira questo spirito di sottomissione che fu anche di Gesù nei confronti di Giuseppe e di Maria. Questo spirito di sottomissione è espressione di bontà e mitezza d’animo. Unito al timore del Signore c’è la mitezza e l’amore per i genitori. La famiglia che all’unisono e in armonia serve Dio nel vincolo d’amore reciproco dei suoi componenti santifica il nome di Dio. E Dio fa splendere il Suo Volto su tutte le famiglie fedeli le quali, pur con le difficoltà e i dolori che derivano dal peccato, servono Dio con autentico spirito di carità fraterna.



20 dicembre 2018: Natale del Signore 2018 (L360)

Il Signore Gesù non ha disprezzato la materia e, specificamente, la condizione umana. Egli, anzi, si serve di ciò che per mezzo di Lui è stato creato. Il corpo umano è stato infatti creato per mezzo di Lui come ogni cosa che esiste. Prima che egli si incarnasse, Egli è stato generato della stessa sostanza del Padre. E tale sostanza non comprende certo un corpo umano. Quindi, l’essere Gesù Cristo ha un prima e un dopo. Ha una storia, cioè, di gloria: prima in quanto generato e poi in quanto incarnato. Se non si capisce questo si rischia di non comprendere il mistero stesso dell’Incarnazione. Noi volgiamo lo sguardo a Gesù eucaristico, cioè al Gesù tutto intero, anima e corpo, che assumiamo nella Santa Messa. La grazia che Gesù ha voluto darci passa attraverso il Suo corpo e il suo sangue. Ci nutriamo di Lui ma a che scopo? Certamente, per fare la volontà del Padre il quale ci dà un segno della immagine e somiglianza di Dio e dell’uomo. Se non disprezziamo questo segno, significa che siamo appunto cristiani, cioè imitatori del Cristo.

20 dicembre 2018: IV domenica di Avvento 2018 (L359)

“Siamo santificati … una volta per sempre”, così conclude la seconda Lettura (Lettera agli Ebrei). Ora, non c’è santificazione senza la fede della Chiesa e senza l’umanità stessa, in quanto senza di esse avremmo un “Dio solo”; un Dio abbandonato a sé stesso che non ha più un oggetto di cui prendersi cura, un popolo cui offrire la propria fedeltà, un Israele da amare. Nuova ed Antica Alleanza si intersecano in questo prodigio che Dio ha compiuto per noi: Gesù ha riconciliato in sé vecchio e nuovo, empio e giusto, togliendo il peccato del mondo. Noi tutti gli siamo debitori eppure non vi è alcun debito da pagare. I debiti, paradossalmente, li ha pagati innanzitutto Lui sulla Croce, per mezzo della quale abbiamo l’adozione a figli. Figli del Dio che dona la pace. Nella pace abbiamo la salvezza, nella salvezza la remissione dei peccati, nello spirito la liberazione dalle pulsioni improprie della carne. Per la fedeltà al nome di Dio, offriamo ogni giorno della novena un sacrificio di lode al Dio-di-prossimità (come ebbi già occasione di chiamarlo), che è più intimo a noi di quanto noi siamo intimi a noi stessi, come scrisse sant’Agostino.

14 dicembre 2018: III domenica di Avvento 2018 (L358)

La carità che evolve assieme alla fede in dolce compagnia di Giovanni il Battista illumina i passi dei primi discepoli del Precursore. Molti discepoli di Giovanni, infatti, diverranno discepoli di Cristo stesso. La sapienza che tutto illumina ispira i mistici di tutte le epoche e sicuramente anche Giovanni il Battista, maestro di sapienza. In questa terza domenica di Avvento, Giovanni il Battista fa irrompere in Israele la gioia e la trepidazione per la venuta del Messia. Perciò, il tempo di Avvento ci cala proprio in questo clima di gioia e trepidazione. Lo Sposo, l’Amato è alle porte. Come lo accogliamo? Con svogliatezza o con entusiasmo? Facendone una periferia esistenziale o mettendolo al centro dei nostri progetti? Veramente, esultiamo con gli angeli adoranti Dio, esultiamo nel Santo Spirito che ha colmato Giovanni il Battista di ogni virtù. Il dito di Giovanni indicherà il Cristo come farà il dito della Madonna a Cana di Galilea. E la Madonna coccola in Gesù ciascuno di noi perché rendiamo grazie a Lei e gloria a Dio. Perciò, per concludere, in Giovanni il Battista noi esaltiamo la gloria di Dio, gloria che si articola nella Sua creatività, immaginazione e fedeltà a beneficio dell’uomo. Che cosa ancora inventerà il Signore a nostro favore? Ce lo spiegherà Gesù Cristo stesso durante gli anni del Suo ministero pubblico.

9 dicembre 2018: il rapporto dei giovani con la fede e con la Chiesa (L357)

Gentilissimi Teologi di Famiglia Cristiana,
ho scritto alcuni pensieri sul rapporto dei giovani con la fede e con la Chiesa, stimolato a fare ciò da alcuni religiosi salesiani miei amici. Il commento è piaciuto talmente a don Franco, salesiano e viceparroco della chiesa Santi Pietro e Paolo in Torino, che ho pensato di inviarli anche a Voi, sperando, come sempre, di fare cosa gradita. Cordiali saluti.

1. Giovani e speranza.
Noi tutti speriamo che i giovani possano emergere con responsabilità importanti nella Chiesa perché l’assumersi tali responsabilità è una via di santità. Già oggi vediamo che molti giovani si sono distinti per sapienza, coraggio e tante virtù che non sto a enumerare. Ogni virtù coltivata da un giovane è portatrice di speranza perché destinata a dare frutti a favore della Chiesa e della società in generale.
2. Giovani lontani dalla Chiesa
I giovani lontani dalla Chiesa possono comunque coltivare una vita equilibrata e bella anche se non del tutto conforme alla sequela di Cristo giovane Lui stesso. Cerchiamo di renderceli amici perché solo così si può instaurare un canale privilegiato di comunicazione e di testimonianza evangelica.
3. Giovani in divenire
I giovani possono capire che la vita è un percorso verso Dio che non finisce mai. Orientando la propria vita verso il Dio che viene a visitarci e a salvarci, i giovani possono raggiungere quella maturazione nella fede che è presupposto per assumersi responsabilità nella Chiesa, ognuno secondo la vocazione specifica ricevuta dal Signore.
4. Come parlare ai giovani
La Chiesa, proseguendo il discorso, può aiutare i giovani, accompagnandoli a scoprire la loro specifica vocazione, secondo la volontà dell’Onnipotente.
5. Cosa possiamo dare ai giovani
La Chiesa può dare ai giovani una immagine di pulizia morale, di gioia evangelica. La Chiesa saggia può splendere come stella nel Cielo specialmente nei suoi pastori più maturi e santi. Vedendo come i cristiani si amano l’un l’altro, i giovani possono restare affascinati dall’Amore. E lasciarsi così trascinare dall’Amore che è vita piena alla presenza di Dio. Per vivere tutta una vita alla presenza dell’Onnipotente è necessario divenire vasi di creta che il Signore plasma.
6. Giovani e fede
Abbiamo numerosi santi giovani che possono essere il modello cui rifarsi per una vita di fede. La fede dischiude porte che neppure possiamo anticipatamente immaginare. Perciò, la dimensione del mistero non può essere elusa nella vita di fede. Diciamo pure che la vita di fede è un mistero sacramentale, mistero che i giovani sono chiamati a scoprire dentro sé stessi.
7. Carità verso i giovani
I giovani sono chiamati a ricevere dalla Chiesa gratuitamente i beni che conducono al Regno celeste. Questi doni possono essere talenti da usare saggiamente per avere l’olio delle vergini sagge. Il dono più grande che può fare la Chiesa è proprio tale olio.
8. Un saluto ai giovani
Io ho 53 anni e non sono più giovane. Mi sento di dire ai giovani che, come mi ha insegnato un sacerdote, la santità non è essere infallibile, non è non sbagliare mai. Orientando la vita a Cristo – sole che sorge – si possono raggiungere i traguardi della fede. La fede, la speranza e la carità accompagnino sempre i giovani che si collocano all’interno della Chiesa per restituire a Dio, anche tramite la Chiesa stessa, quanto ricevuto.
9. La Madonna madre dei giovani
I giovani non possono non percepire, se hanno fede, il bene che vuole loro la Madre celeste. Questo bene spinge inevitabilmente i giovani alla gratitudine verso la Madonna. Naturalmente, lo stesso accade, in un certo senso, con i doni ricevuti da Dio stesso. La tenerezza della Madonna copra i giovani di un manto di protezione dal male che c’è nel mondo.
10. La responsabilità dei giovani
I giovani devono avere un riguardo particolare verso le cose sacre e questa è la loro principale responsabilità. Le cose sacre sono la presenza di Cristo in loro con il Padre mediante lo Spirito. Siamo tutti ospiti che ospitano il divino in noi donatoci dai sacramenti. Un divino che abbiamo la responsabilità di far fruttificare per il bene degli altri, di noi stessi. Il sommo bene è conseguire la vita eterna del Regno e giungere ad una vita degna di essere vissuta. Senza dubbio, vale la pena di assumersi tutte le responsabilità cui Dio chiama i giovani per il bene anche della Chiesa.

6 dicembre 2018: Seconda domenica di Avvento 2018 (L356)

Veramente è necessaria la grazia di Dio che si manifesta nel periodo dell’Avvento. Infatti, circa il motivo per cui Dio “spiana ogni alta montagna” e “colma le valli livellando il terreno” è esplicita la Prima Lettura (Profeta Baruc) quando dice che il motivo è “perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”. Chiediamoci se nella nostra vita camminiamo “sotto la gloria di Dio”. Non abbiamo meriti particolari per ottenere questa grazia che chiediamo nella preghiera. Chiediamoci però se è una grazia che riguarda solo gli eletti o tutti i battezzati. Secondo me, i chiamati che rispondono affermativamente a Dio godono di questa grazia. Per i meriti di Gesù Cristo camminiamo “sotto la gloria di Dio”. È così meravigliosa questa esperienza che ogni essere umano la desidererebbe se potesse conoscerla in anticipo? In questa seconda domenica di Avvento preghiamo di camminare “sotto la gloria di Dio” che per un cattolico significa dare gloria a Dio con i sacramenti, con la penitenza, che ci aiutano a raggiungere, nella fede e nelle opere, la santità di vita.

6 dicembre 2018: Immacolata Concezione 2018 (L355)

L’accento sulla Immacolata Concezione va messo anche in relazione al tema del Cuore Immacolato di Maria e al ruolo che la Madonna gioca nel contesto della Comunione dei santi. In ordine al primo punto, non penso ci potrebbe essere un Cuore Immacolato della Madonna se non ci fosse il concepimento senza Peccato Originale. Questo perché il Cuore Immacolato può emanare una grazia specifica di santità comune per chi lo invoca. Una grazia specifica che è pura e senza macchia proprio perché la Madonna è pura e senza macchia. In ordine al secondo punto, la Madonna è sopra i santi per questo privilegio unico che a Lei è stato concesso. La Madonna è semplicemente un modello per così dire “passivo” di santità per tutti e per i santi in particolare o gioca anche un ruolo dinamico ed attivo nel Suo rapporto con i santi? Io dico che questo è veramente un grande mistero! Però, mi pare lecito immaginare che ella dialoghi continuamente sia con il Figlio, preghi la Trinità Santissima e partecipi assieme al Figlio ad una sorta di funzione di “governo” nell’ambito della Comunione dei santi. Certo è solo Cristo il “capo” della Comunione dei santi. Ma possiamo pensare che la Madonna ispiri i santi con preghiere e suppliche, con consigli e suggerimenti. Inoltre, la Madonna conferma i santi nella loro attività quotidiana a beneficio e preservazione del Creato, compresa, innanzitutto, la creatura umana.

30 novembre 2018: il Regno di Dio in mezzo a noi (L354)

L’attesa del ritorno di Cristo è qualcosa che riguarda il futuro o è, invece, qualcosa che si riflette già nel presente della vita del mondo? Quando leggiamo che “Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1Giovanni 5,19) non possiamo leggerlo come fanno, a titolo di esempio, i Testimoni di Geova. Infatti, il Vangelo dice che “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!” (Luca 17,21). Ora, questo Regno indica che il cuore di Dio non è e non è mai stato indifferente rispetto al destino dell’umanità. L’attesa del ritorno di Cristo si fa perciò non semplicemente “impegno” dei cristiani per un mondo migliore (impegno sicuramente necessario), ma realtà dello Spirito che opera. Lo Spirito opera nel mondo ma come? A mio avviso, in due modi. Sia direttamente, sia tramite gli uomini e le donne che sono espressione del Regno stesso. E siccome la Chiesa deve sopportare pazientemente la zizzania che pur esiste al suo interno, certamente l’area operativa e relazionale coperta dal Regno di Dio è più ampia della Chiesa in sé e per sé considerata. L’Apocalisse mostra come il bene ed il male sono in lotta fra di loro sino alla fine dei tempi. Il male può essere però già vinto fin d’ora se ci collochiamo in una prospettiva che è all’interno del Regno. Non solo dentro di noi individualmente può essere vinto, ma anche come proiezione sull’esperienza collettiva, cioè come frutto sia della Redenzione, sia dell’aspettativa del ritorno del Salvatore che è pegno di salvezza escatologica.

24 novembre 2018: Cristo Re dell'Universo, domenica 25 novembre (L353)

Gentilissimi Teologi di Famiglia Cristiana,
invio alcuni pensieri sulle Letture della domenica 25 novembre, sperando che troviate il tempo di leggerle e di fare cosa gradita.
Certamente i regni celesti e quelli terrestri sono collegati. Perciò, non si può liquidare semplicemente e semplicisticamente Gesù come un Re estraneo. Infatti, il Regno Escatologico è iniziato con la Redenzione operata dal Signore. Come sarebbe stata la Storia umana se, per assurdo, Gesù non si fosse incarnato e non si fosse sacrificato sulla Croce? Non è possibile dare una risposta precisa, ma sicuramente la Storia umana sarebbe stata diversa. Il collegamento di cui parlavamo all’inizio non si esaurisce neppure nel concetto di Provvidenza. Diciamo che Gesù si offre permanentemente all’uomo di tutti i tempi e ogni volta che qualcuno Gli dice “sì”, la Storia umana mostra il lato concretamente e temporalmente salvifico di Cristo Vivo in mezzo a noi. Oggi e sempre le anime dei giusti in Cristo (peccatori ma giustificati dal Signore) vengono protette, custodite e valorizzate nella realtà storica. La condizione paradisiaca oltre la morte è il proseguimento di una Storia che inizia nel qui e nell’ora con il meraviglioso inveramento della volontà del Signore, in collaborazione con tutti gli uomini che egli ama, come proiezione dello Spirito fonte della verità e della luce divina.

18 novembre 2018: La questione ermeneutica nella imitazione di Cristo (L352)

Gentilissimo don Antonio Rizzolo,
Gentilissimi Teologi di Famiglia Cristiana,
oggi, proprio mentre ero a Messa, mi sono riproposto di scrivere, tornato a casa, alcune riflessioni sul tema che segue: In che senso si pone una questione ermeneutica nell’imitazione di Cristo?
In attesa di una eventuale risposta di Monsignor Pino Lorizio o di altro Teologo che collabora con la Vostra Rivista, espongo alcuni pensieri che mi sono venuti in mente.
La dimensione ermeneutica nell’imitazione di Cristo ritaglia uno spazio di libertà di coscienza per il credente, sia di fronte a Dio, sia di fronte alla Chiesa. Veramente su questo tema giochiamo tutto noi stessi, la nostra idea di verità, la nostra fedeltà, la nostra libertà e la nostra credibilità. C’è bisogno di interpretare Cristo per imitarlo, questa è la mia convinzione. Altrimenti non esisterebbe neanche la contrapposizione tra ortodossia ed eresia. Però, i santi ci mostrano come nessuno imiti TUTTO il Cristo, ma ogni santo e, allargando l’orizzonte, ogni credente, colga un aspetto particolare della vita, delle opere, delle parole del Maestro Buono. Quindi c’è una selezione di ciò che Gesù ha fatto che è in definitiva, un atto di interpretazione. Così, nell’imitare Cristo, ognuno conferisce sé stesso in Dio e ne riceve un continuo feedback per tutta la vita. Certo, la Chiesa ci istruisce in proposito, ma anche qui il nostro desiderio di conoscere Dio nell’atto di imitarlo non può essere soddisfatto del tutto. Certamente, inoltre, lo Spirito Santo ci assiste in tale movimento ascendente in Dio e per Dio. Siamo soddisfatti se abbiamo messo in tale operazione appunto ermeneutica tutto il nostro cuore e tutta la nostra mente. A chi è dispensata una grazia divina più grande, però, l’imitazione di Cristo certamente riuscirà meglio. La Madonna ci assista in tale ardua prova perché ne usciamo vincitori!

16 novembre 2018: XXXIII domenica del Tempo Ordinario (L351)

La Chiesa vive, più che con la speranza del ritorno di Cristo, con una vera aspettativa circa tale ritorno. Nel contesto di tale aspettativa, la Chiesa coltiva le virtù fondamentali che sono l’olio delle vergini sagge. Ma noi ameremmo i membri della Chiesa anche se non vi appartenessero, anche se fossero esseri umani fuori di essa. Cosa c’è di specifico, dunque, nell’appartenenza alla Chiesa, oltre a questa aspettativa del ritorno di Cristo? La seconda Lettura della domenica di oggi ci dà una risposta con una frase cardinale nella sua importanza: “Infatti, con un’unica offerta egli [Cristo] ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati”. Cioè, la Chiesa si concentra sull’azione di Dio verso di essa. Tutta concentrata su tale azione, essa coltiva l’aspettativa di cieli nuovi e terra nuova dove Dio, purificato il mondo, si fa tutto in tutti, mediante il Suo Santo Spirito.

10 novembre 2018: la vedova al Tempio (L350)

È bello vedere come Gesù sia venuto per distruggere, potremmo dire per bruciare, tutto il male che c’è nell’uomo guidato dagli istinti della carne. La vanità di cercare la gloria di questo mondo, l’essere apprezzato dagli uomini, che ridicolmente si danno gloria a vicenda, anziché cercare la vera fonte della gloria, cioè Dio stesso. Donare sé stessi, come fa la vedova povera al Tempio, significa vivere completamente per Dio e per la Chiesa. Cioè, cercare la santità con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze. Questo donarci a Dio, ci dà anche la forza di donarci al prossimo, nessuno escluso, con tenerezza e amore. Se comprendessimo la gloria che viene da Dio nel contesto della donazione di noi stessi, coglieremmo più in profondità i misteri della fede e la dignità stessa della nostra esistenza come figli di Dio Onnipotente.

3 novembre 2018: vivere l'amore per Dio (L349)

Non basta tutta l’intelligenza del mondo per capire Dio. Eppure, un cuore semplice, mite, arrendevole, puro, sincero capisce Dio meglio di una intelligenza raffinata. Un’anima pura e perfetta lo accoglie meglio di una lingua che lo elogia. La mente saggia comprende l’opera di Dio e da questa risale al Creatore. Lo spirito di amore rende armonioso tutto l’essere umano, nella mente, nel cuore e nell’anima. Ora, se siamo disposti ad amare le cose che egoisticamente ci riguardano, quanto più dobbiamo essere disposti ad amare l’Onnipotente! E ogni volta che riceviamo l’Eucarestia, lo facciamo per un atto di amore verso chi ci ha creati. Il vero sangue e vero corpo di Cristo sono l’apice di ciò che Dio ha “inventato” per la nostra salvezza perciò rendiamo gloria a Dio per questo dono di immenso valore. Chi comprende il valore dell’Eucarestia, comprende l’amore di Dio e l’amore per Dio più di chi ha letto 100 trattati di teologia.

28 ottobre 2018: tutti i santi (L348)

La santità incarnata è Cristo stesso e se perdiamo questo punto di vista, questo concetto centrale, smarriamo il senso stesso dell’edificio cristiano. Cristo infatti è la pietra che è divenuta testata d’angolo. Come può incarnarsi la santità nel mondo di oggi? Io penso portando ad ogni esperienza buona e positiva lo slancio entusiastico della purezza di Gesù Cristo stesso. La purezza, però, non è solo rifiuto del peccato o, addirittura, orrore per esso. La purezza è, per così dire, andare oltre il peccato per vedere il potenziale di santità che c’è in ogni essere umano che incontriamo e valorizzarlo. C’è, dunque, una sorta di metodo socratico cristiano, una maieutica cristiana, che è il trarre fuori la santità nascosta nel mondo. Se ci impegniamo in questa prospettiva, ci siamo incamminati sulla via della santità sia nella Chiesa, sia nel mondo. È bene precisare, e così concludo, che il cristiano non solo inventa la santità ma è come una “spugna” che assorbe la santità dalla multiforme esperienza storica della Chiesa stessa.

27 ottobre 2018: cecità e grazia divina (L347)

Gentilissimi Teologi
Gentilissimo Monsignor Pino Lorizio,
invio il mio commentino settimanale alla Parola della XXX domenica del Tempo Ordinario; sperando con ciò di fare cosa gradita. Cordiali saluti.
Rinnovati nella fede, riconosciamo la nostra cecità. Cecità che consiste nell’incapacità di vedere la realtà con gli occhi di Dio. La preghiera del cieco è oggi chiaramente orientata al desiderio di uno sguardo lucido e misericordioso sull’umanità sofferente. E siamo tutti ciechi nelle nostre agiatezze, nel quieto vivere. Perciò, tutta la nostra speranza è riposta nel dono della grazia divina che ci ridona la vista. Subito è un po’ doloroso, perché ci rendiamo conto di quanto le nostre vie non sono le vie del Signore e il nostro modo di guardare al mondo non è quello di Dio. Imitando Gesù, prendiamo su di noi, cioè ci facciamo carico del dolore altrui per divenire angeli custodi di chi ci sta attorno. Nel nome di Dio, camminiamo un po’ nelle tenebre e un po’ nella luce fin quando non sia interamente rivelata la gloria del Signore lungo la strada da noi percorsa nella fede.

20 ottobre 2018: popolo di Dio e imitazione di Cristo (L346)
Gentilissimi Teologi di Famiglia Cristiana
Gentilissimo Monsignor Pino Lorizio,
mi permetto anche questa settimana di inviare alcune riflessioni venutemi in mente leggendo la liturgia della XXIX domenica del Tempo Ordinario. Sempre sperando che troviate il tempo di leggerle e di fare cosa gradita.
La logica del Vangelo può certamente fecondare un mondo nuovo. C'è un mondo cristiano che è il popolo di Dio che vive all'interno del mondo propriamente detto. Una specie di isola dove non valgono le regole cd. "mondane". Certamente la logica di Dio ci può sembrare un po' strana. Però, se guardiamo ai protagonisti di questa storia, ne traiamo un esempio concreto. Ecco perché è così centrale nel cristianesimo il concetto di imitazione. Non imitiamo solo Cristo, ma anche San Giuseppe e la Madonna, i santi tutti chiedendone la forza al Santo Spirito. Ogni volta che il mondo in senso lato si specchia nel mondo cristiano succede una specie di miracolo. C'è un travaso di anime che vengono rubate dal mondo per essere donate a Cristo. Se ci rendessimo conto della sacralità e santità di questa donazione, capiremmo il valore delle meraviglie che Dio ha compiuto nella nostra vita di credenti.

13 ottobre 2018: fede, prudenza, sapienza (L345)

Gentilissimi Teologi di Famiglia Cristiana
Gentilissimo Monsignor Pino Lorizio,
invio alcune riflessioni alle Letture della 28° domenica del Tempo Ordinario come ogni settimana, sperando che troviate il tempo di leggerle e sperando di fare cosa gradita.
Nel valorizzare tutto ciò che abbiamo ricevuto, è necessario un filtro. Infatti, non tutto ciò che riceviamo dalla vita è buono ma bisogna fare una cernita (cfr. Matteo 13-52). Questa metabolizzazione cristiana ci porta ad avere una fede "senza macchia" che per San Giacomo 1,27 è "… soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo". Carità verso sé stessi è proprio quella rifiutata dal giovane ricco che pur si è mantenuto puro da questo mondo. Non è dunque sufficiente sentirsi dei perfetti cristiani che si mantengono puri dal mondo se non si cerca quell'armonia "di famiglia" con i fratelli che ci fa brillare nella carità assieme al percorso compiuto da tutta la Chiesa. Questo percorso è un percorso di prudenza e di sapienza come dice il Libro della Sapienza (Prima Lettura). Cioè la prudenza di mantenersi puri da questo mondo e la sapienza della carità verso i bisognosi. Ma chi non è capace di quell'empatia che ci fa riconoscere i bisogni materiali e affettivo-psicologici del prossimo non è adatto per la fede cristiana. Peggio ancora sta chi usa gli altri per i propri fini personali …
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