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18 novembre 2018: La questione ermeneutica nella imitazione di Cristo (L352)

Gentilissimo don Antonio Rizzolo,
Gentilissimi Teologi di Famiglia Cristiana,
oggi, proprio mentre ero a Messa, mi sono riproposto di scrivere, tornato a casa, alcune riflessioni sul tema che segue: In che senso si pone una questione ermeneutica nell’imitazione di Cristo?
In attesa di una eventuale risposta di Monsignor Pino Lorizio o di altro Teologo che collabora con la Vostra Rivista, espongo alcuni pensieri che mi sono venuti in mente.
La dimensione ermeneutica nell’imitazione di Cristo ritaglia uno spazio di libertà di coscienza per il credente, sia di fronte a Dio, sia di fronte alla Chiesa. Veramente su questo tema giochiamo tutto noi stessi, la nostra idea di verità, la nostra fedeltà, la nostra libertà e la nostra credibilità. C’è bisogno di interpretare Cristo per imitarlo, questa è la mia convinzione. Altrimenti non esisterebbe neanche la contrapposizione tra ortodossia ed eresia. Però, i santi ci mostrano come nessuno imiti TUTTO il Cristo, ma ogni santo e, allargando l’orizzonte, ogni credente, colga un aspetto particolare della vita, delle opere, delle parole del Maestro Buono. Quindi c’è una selezione di ciò che Gesù ha fatto che è in definitiva, un atto di interpretazione. Così, nell’imitare Cristo, ognuno conferisce sé stesso in Dio e ne riceve un continuo feedback per tutta la vita. Certo, la Chiesa ci istruisce in proposito, ma anche qui il nostro desiderio di conoscere Dio nell’atto di imitarlo non può essere soddisfatto del tutto. Certamente, inoltre, lo Spirito Santo ci assiste in tale movimento ascendente in Dio e per Dio. Siamo soddisfatti se abbiamo messo in tale operazione appunto ermeneutica tutto il nostro cuore e tutta la nostra mente. A chi è dispensata una grazia divina più grande, però, l’imitazione di Cristo certamente riuscirà meglio. La Madonna ci assista in tale ardua prova perché ne usciamo vincitori!

16 novembre 2018: XXXIII domenica del Tempo Ordinario (L351)

La Chiesa vive, più che con la speranza del ritorno di Cristo, con una vera aspettativa circa tale ritorno. Nel contesto di tale aspettativa, la Chiesa coltiva le virtù fondamentali che sono l’olio delle vergini sagge. Ma noi ameremmo i membri della Chiesa anche se non vi appartenessero, anche se fossero esseri umani fuori di essa. Cosa c’è di specifico, dunque, nell’appartenenza alla Chiesa, oltre a questa aspettativa del ritorno di Cristo? La seconda Lettura della domenica di oggi ci dà una risposta con una frase cardinale nella sua importanza: “Infatti, con un’unica offerta egli [Cristo] ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati”. Cioè, la Chiesa si concentra sull’azione di Dio verso di essa. Tutta concentrata su tale azione, essa coltiva l’aspettativa di cieli nuovi e terra nuova dove Dio, purificato il mondo, si fa tutto in tutti, mediante il Suo Santo Spirito.

10 novembre 2018: la vedova al Tempio (L350)

È bello vedere come Gesù sia venuto per distruggere, potremmo dire per bruciare, tutto il male che c’è nell’uomo guidato dagli istinti della carne. La vanità di cercare la gloria di questo mondo, l’essere apprezzato dagli uomini, che ridicolmente si danno gloria a vicenda, anziché cercare la vera fonte della gloria, cioè Dio stesso. Donare sé stessi, come fa la vedova povera al Tempio, significa vivere completamente per Dio e per la Chiesa. Cioè, cercare la santità con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze. Questo donarci a Dio, ci dà anche la forza di donarci al prossimo, nessuno escluso, con tenerezza e amore. Se comprendessimo la gloria che viene da Dio nel contesto della donazione di noi stessi, coglieremmo più in profondità i misteri della fede e la dignità stessa della nostra esistenza come figli di Dio Onnipotente.

3 novembre 2018: vivere l'amore per Dio (L349)

Non basta tutta l’intelligenza del mondo per capire Dio. Eppure, un cuore semplice, mite, arrendevole, puro, sincero capisce Dio meglio di una intelligenza raffinata. Un’anima pura e perfetta lo accoglie meglio di una lingua che lo elogia. La mente saggia comprende l’opera di Dio e da questa risale al Creatore. Lo spirito di amore rende armonioso tutto l’essere umano, nella mente, nel cuore e nell’anima. Ora, se siamo disposti ad amare le cose che egoisticamente ci riguardano, quanto più dobbiamo essere disposti ad amare l’Onnipotente! E ogni volta che riceviamo l’Eucarestia, lo facciamo per un atto di amore verso chi ci ha creati. Il vero sangue e vero corpo di Cristo sono l’apice di ciò che Dio ha “inventato” per la nostra salvezza perciò rendiamo gloria a Dio per questo dono di immenso valore. Chi comprende il valore dell’Eucarestia, comprende l’amore di Dio e l’amore per Dio più di chi ha letto 100 trattati di teologia.

28 ottobre 2018: tutti i santi (L348)

La santità incarnata è Cristo stesso e se perdiamo questo punto di vista, questo concetto centrale, smarriamo il senso stesso dell’edificio cristiano. Cristo infatti è la pietra che è divenuta testata d’angolo. Come può incarnarsi la santità nel mondo di oggi? Io penso portando ad ogni esperienza buona e positiva lo slancio entusiastico della purezza di Gesù Cristo stesso. La purezza, però, non è solo rifiuto del peccato o, addirittura, orrore per esso. La purezza è, per così dire, andare oltre il peccato per vedere il potenziale di santità che c’è in ogni essere umano che incontriamo e valorizzarlo. C’è, dunque, una sorta di metodo socratico cristiano, una maieutica cristiana, che è il trarre fuori la santità nascosta nel mondo. Se ci impegniamo in questa prospettiva, ci siamo incamminati sulla via della santità sia nella Chiesa, sia nel mondo. È bene precisare, e così concludo, che il cristiano non solo inventa la santità ma è come una “spugna” che assorbe la santità dalla multiforme esperienza storica della Chiesa stessa.

27 ottobre 2018: cecità e grazia divina (L347)

Gentilissimi Teologi
 
Gentilissimo Monsignor Pino Lorizio,
 
invio il mio commentino settimanale alla Parola della XXX domenica del Tempo Ordinario; sperando con ciò di fare cosa gradita. Cordiali saluti.
 
Rinnovati nella fede, riconosciamo la nostra cecità. Cecità che consiste nell’incapacità di vedere la realtà con gli occhi di Dio. La preghiera del cieco è oggi chiaramente orientata al desiderio di uno sguardo lucido e misericordioso sull’umanità sofferente. E siamo tutti ciechi nelle nostre agiatezze, nel quieto vivere. Perciò, tutta la nostra speranza è riposta nel dono della grazia divina che ci ridona la vista. Subito è un po’ doloroso, perché ci rendiamo conto di quanto le nostre vie non sono le vie del Signore e il nostro modo di guardare al mondo non è quello di Dio. Imitando Gesù, prendiamo su di noi, cioè ci facciamo carico del dolore altrui per divenire angeli custodi di chi ci sta attorno. Nel nome di Dio, camminiamo un po’ nelle tenebre e un po’ nella luce fin quando non sia interamente rivelata la gloria del Signore lungo la strada da noi percorsa nella fede.

20 ottobre 2018: popolo di Dio e imitazione di Cristo (L346)
Gentilissimi Teologi di Famiglia Cristiana
Gentilissimo Monsignor Pino Lorizio,
mi permetto anche questa settimana di inviare alcune riflessioni venutemi in mente leggendo la liturgia della XXIX domenica del Tempo Ordinario. Sempre sperando che troviate il tempo di leggerle e di fare cosa gradita.
La logica del Vangelo può certamente fecondare un mondo nuovo. C'è un mondo cristiano che è il popolo di Dio che vive all'interno del mondo propriamente detto. Una specie di isola dove non valgono le regole cd. "mondane". Certamente la logica di Dio ci può sembrare un po' strana. Però, se guardiamo ai protagonisti di questa storia, ne traiamo un esempio concreto. Ecco perché è così centrale nel cristianesimo il concetto di imitazione. Non imitiamo solo Cristo, ma anche San Giuseppe e la Madonna, i santi tutti chiedendone la forza al Santo Spirito. Ogni volta che il mondo in senso lato si specchia nel mondo cristiano succede una specie di miracolo. C'è un travaso di anime che vengono rubate dal mondo per essere donate a Cristo. Se ci rendessimo conto della sacralità e santità di questa donazione, capiremmo il valore delle meraviglie che Dio ha compiuto nella nostra vita di credenti.

13 ottobre 2018: fede, prudenza, sapienza (L345)

Gentilissimi Teologi di Famiglia Cristiana
Gentilissimo Monsignor Pino Lorizio,
invio alcune riflessioni alle Letture della 28° domenica del Tempo Ordinario come ogni settimana, sperando che troviate il tempo di leggerle e sperando di fare cosa gradita.
Nel valorizzare tutto ciò che abbiamo ricevuto, è necessario un filtro. Infatti, non tutto ciò che riceviamo dalla vita è buono ma bisogna fare una cernita (cfr. Matteo 13-52). Questa metabolizzazione cristiana ci porta ad avere una fede "senza macchia" che per San Giacomo 1,27 è "… soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo". Carità verso sé stessi è proprio quella rifiutata dal giovane ricco che pur si è mantenuto puro da questo mondo. Non è dunque sufficiente sentirsi dei perfetti cristiani che si mantengono puri dal mondo se non si cerca quell'armonia "di famiglia" con i fratelli che ci fa brillare nella carità assieme al percorso compiuto da tutta la Chiesa. Questo percorso è un percorso di prudenza e di sapienza come dice il Libro della Sapienza (Prima Lettura). Cioè la prudenza di mantenersi puri da questo mondo e la sapienza della carità verso i bisognosi. Ma chi non è capace di quell'empatia che ci fa riconoscere i bisogni materiali e affettivo-psicologici del prossimo non è adatto per la fede cristiana. Peggio ancora sta chi usa gli altri per i propri fini personali …


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