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23 aprile 2020: i discepoli di Emmaus (L435)

Siamo tutti un po’ ciechi di fronte alla ricchezza spirituale che emana dal Signore Gesù. Forse per il Peccato Originale, forse per la nostra natura umana che ha comunque i suoi limiti, forse per le numerose tentazioni che subiamo dal Maligno. Come in una stanza buia ci si muove a tentoni, toccando con le mani ora questo ora quell’altro oggetto, risalendo alla realtà della stanza completa, così incontriamo la grandezza di Gesù un pezzo alla volta, senza una visione d’insieme sulla santità divina del Suo corpo, della Sua personalità. I discepoli di Emmaus si sforzano di dare senso agli eventi storici riguardanti Gesù e ne colgono pian piano il senso come un puzzle che a poco a poco si completa. Certo, il riconoscere Gesù che spezza il pane per loro e per tutti è una svolta ma sembrerebbe ancora lunga la strada da fare … Così anche noi senza l’aiuto della comunità dei credenti, della Chiesa, non possiamo raggiungere quella fede matura e concretissima che ci conduce alla speranza di una salvezza completa e totale. Una salvezza che ci eviti il Purgatorio per accedere subito alla visione beata delle realtà eterne.

16 aprile 2020: concupiscenza e stupore (L434)

Questa settimana non faccio nessun commento al Vangelo della domenica, ma propongo una riflessione a tema libero su concupiscenza e stupore. Questi due termini li vedo contrapposti come spiegherò di seguito. Per concupiscenza intendo il desiderio smodato dei beni terreni. Per stupore intendo un atteggiamento di contemplazione degli stessi beni terreni, visti come dono del Creatore a beneficio ed al servizio dell’uomo. Questi temi sono stati in me ispirati da un passo della Lettera di San Paolo ai Galati 6,8 che dice: “Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna”. Cosa sono questa corruzione e questa vita eterna? La concupiscenza della carne non si riferisce certamente alla sola sfera sessuale ma coinvolge tutto l’uomo con un rapporto con i beni terreni tutti che può provocare un piacere di breve durata, seguito poi, tuttavia, da sentimenti di colpa, di infelicità, sino ad arrivare alla depressione psicopatica. La vita eterna, invece, la ricollego all’atteggiamento dello stupore. Per provare tale stupore, occorre chiedere a Dio un cuore puro. I puri di cuore, nel discorso delle Beatitudini, vedranno Dio. La sequenza interessante è dunque, in conclusione, questa: dallo stupore per i doni di Dio si continua, risalendo, alla contemplazione diretta del Creatore. Cioè, lo stupore del cuore puro è strettamente collegato alla visione beatifica. Non stanchiamoci mai di chiedere tale tipo di stupore nella preghiera.

9 aprile 2020: Resurrezione del Signore (L433)

La Resurrezione è Gesù che vive per sempre e, anche, i Suoi discepoli che devono metabolizzare nel loro conscio e nel loro inconscio l’evento meraviglioso di tale Risurrezione; ma non basta meditare piamente la Resurrezione del Maestro: occorre imparare da quel momento a vivere da risorti. Che cosa può significare per ognuno di noi “vivere da risorti”? Ognuno ha la sua strada da percorrere purché il timone della nostra vita si stato impostato nella direzione di Dio, della vita eterna; tuttavia, alcuni tratti sono comuni. Io penso che nella Resurrezione di Gesù siamo eletti da Dio, cioè scelti per fare scelte (mi scuso per la ripetizione) di vita eterna. Ecco allora che vivere da risorti è capire che ogni piccolo o grande compromesso con il Male/male è una scelta perdente sotto ogni aspetto. Ci disponiamo dunque nella giusta prospettiva di accogliere il prossimo come un fratello sempre benvenuto, ognuno con la sua fede o mancanza di fede, ognuno con le sue peculiarità di carattere e le sue idee. Con la misericordia che Dio infonde nel nostro cuore possiamo vedere il fratello e sentircene custodi. Nell’affresco stupendo dell’umana esistenza che dipingiamo assieme a Dio non c’è più spazio per tutto ciò che la grazia può vincere ed effetti, vince. Possiamo cadere molte volte, ma vivere da risorti ci dà la forza per rialzarci e volgerci verso il sole che sorge che è Cristo Signore.

2 aprile 2020: Passione e morte del Signore (L432)

Come è possibile che la crocifissione di un giusto innocente sia simbolo di vita? Non è forse morto Dio sulla Croce e allora tutto sembrava finito? Ed il pianto amaro di Pietro prima della Passione del Signore non è forse l’ammissione di una sconfitta, la certificazione che tutto il bene è finito su quella maledetta e benedetta Croce? Ho tanti pensieri nel cuore, tanti come le gocce di sangue che Cristo suda nel Getsemani. Penso allora ai discepoli che, ripetendo le parole di Pietro, dicono: “Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò”. Gesù non replica polemizzando: è come se accettasse, per la Sua infinita mitezza e misericordia, la debolezza di cuore dei discepoli. Tornando alla domanda iniziale mi pare di poter affermare che Gesù vive il venerdì santo l’apice del mistero dell’Incarnazione. Condivide in tutto (fuorché nel peccato) la condizione umana, morte compresa. Quanti oggi muoiono per la mano iniqua di persone umane sono associati naturaliter alla passione e morte di Gesù. È come se tutti i fiumi della sofferenza e della morte umane confluissero nel mare vastissimo del destino terreno del Salvatore. Preghiamo che la morte del Signore illumini sempre di più la nostra vita, facendoci capire che la Sua morte inonda di amore per Lui il nostro cuore smarrito e confuso.

26 marzo 2020: vita e resurrezione cristiana (L431)

Che differenza c’è tra una esperienza di “resurrezione” che può provare anche il non credente e la resurrezione di cui parla Gesù quando dice: “Io sono la resurrezione”? La prima esperienza è una esperienza del cuore ma non è una esperienza della sfera del trascendente. Quando chiunque aiuta un povero, quando si esce guariti da un ospedale, quando ritorna da te una persona amata che ti aveva abbandonato, stiamo tutti – credenti e non credenti – sperimentando una resurrezione puramente umana che possiamo chiamare una resurrezione del cuore. Ci inonda un senso di felicità. La resurrezione, d’altra parte, di cui parla Gesù è qualcosa di più di tutto questo. È sintonizzare il proprio cuore sul cuore di Gesù: questo come primo passo. E poi la fede ci induce a lasciar fare a Gesù tutto il resto. Siamo dunque persone in attesa che Gesù venga da noi e in questa attesa matura la resurrezione. Cioè, l’entrare a far parte del Regno di Dio, ricevere l’adempimento di tutte le sue promesse e trionfare sul nemico, cioè sul Maligno. Diventando creature nuove, sperimentiamo al massimo livello quell’amore che Dio ha per tutte le sue creature. Non è questione di quantità di amore ma di un salto di qualità che si manifesta in tutte le relazioni umane. Inoltre, questo salto di qualità è la dimensione entro la quale il Signore stesso fa splendere su di noi il Suo Santo Volto nella pienezza della grazia e dell’amore.

19 marzo 2020: il nato cieco (L430)

Le Scritture di questa domenica presentano una serie di antitesi. Nel Vangelo, mentre la tesi farisaica indica nel nato cieco una persona punita da Dio a causa dei suoi peccati, l’antitesi di Cristo è che il nato cieco è un eletto di Dio per un fenomeno che potremmo vedere come una compensazione. Chi più è sfortunato, chi ha problemi seri nella vita, chi ha molto sofferto, è prediletto per credere alla gloria di Dio e farne esperienza. Non è che non ci siano i peccati, ma più forte è la grazia che Dio dona a chi, riconoscendosi peccatore, si rivolge a Lui. Se il cuore, cioè, si orienta verso Dio, il Signore stesso vede il cuore mentre i farisei restano sulla superficie del problema e mancano la capacità di interpretarlo a fondo “in spirito e verità”. Una seconda antitesi la pone San Paolo tra opere delle tenebre e frutti della luce. San Paolo esorta a comportarsi come figli della luce, cioè con ogni bontà, giustizia e verità. La prima Lettura – dal primo libro di Samuele – ci racconta l’unzione di Davide grazie alla quale lo spirito del Signore irrompe in lui. Collegando le tre letture e, specificamente, i tre punti toccati, vediamo l’effetto santificante della elezione divina che noi stessi sperimentiamo tramite i sacramenti. Come dice Gesù nel Vangelo, chi dice di vedere non può essere guarito dalla cecità che tutti abbiamo ereditato e così resta nei suoi peccati. Viceversa, chi si dichiara fragile e peccatore, vede la gloria di Dio che risana, semplicemente per avere creduto alla Parola del Cristo.

12 marzo 2020: l'incontro col divino nella fede (L429)

Guardiamo fisso negli occhi una persona che amiamo e troveremo noi stessi. Perché anche nelle esperienze della ordinaria psicologia umana, facciamo esperienza del divino. Siamo stati creati da Dio per aiutarci a vicenda e questo implica il conoscerci sempre più profondamente. Se ora ci “spostiamo” dalla dimensione orizzontale del rapporto con il prossimo a quella verticale del rapporto con Dio, possiamo ispirarci all’incontro della samaritana, al pozzo, con il Cristo. Scopriamo che Dio ci guarda in un modo speciale, distogliendo lo sguardo dai nostri peccati, guardando invece alle nostre potenzialità nascoste. E la fede veramente ci rende capaci di recepire quell’acqua che diventa in noi “una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”. Quest’acqua indica salvezza, indica i beni veri che vengono da Dio e che si conoscono in spirito e verità. Gerusalemme mantiene, infatti, la sua sacralità ma più sacro è Gesù e più sacro è l’incontro con lui che è Dio stesso. Cristo che è morto per noi peccatori ci illumina in spirito e verità, cioè stabilisce un legame diretto con il nostro cuore e con la nostra anima, legame che risana e salva. Adorando Dio, riceviamo più di quanto possiamo immaginare, più di quanto siamo in grado di dare a Dio.

5 marzo 2020: l'onnipotenza dell'amore di Dio (L428)

La misericordia di Dio a volte si svela come umiliazione – non della nostra persona nel suo complesso materiale e spirituale ma – della nostra superbia. Non è che Dio ci castighi perché Egli è sommamente buono, a meno che il termine “castigo” sia interpretato come “correzione” come dice l’Apocalisse (3,19) “io tutti quelli che amo io li rimprovero e li castigo” (cioè li correggo). E infatti, personalmente, quando recito l’Atto di dolore, dopo la espressione “perché peccando ho meritato i tuoi castighi”, aggiungo: “che mi correggono per il tuo amore”. Modello sommo di amore è quello che il Padre mostra verso il Figlio (chiamato l’Amato, appunto) nell’episodio della Trasfigurazione. Dio è anche gloria, come rivela sempre la Trasfigurazione, da intendersi come onnipotenza di amore. Dove arriva e dove non arriva questo amore del Padre, del Figlio e dello Spirito per noi? Lo rivela (oltre che il Vangelo) San Paolo quando parla della carità e dei relativi frutti (1Corinzi 13, 4-7) dicendo: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Invece di guardarci narcisisticamente allo specchio, rivolgiamo lo sguardo e l’udito alla Parola di Dio, specialmente a questa citata.

27 febbraio 2020: il dubbio satanico, Dio è il male? (L427)

Nudità dell’uomo di fronte a Dio: è la condizione constatata da Adamo ed Eva dopo la disobbedienza. Il diavolo ha insinuato nei nostri progenitori il dubbio e la cultura del sospetto. Forse Dio non è buono come crediamo e come sembrerebbe. Si comincia da questo per arrivare all’adorazione di Satana che è una delle tre tentazioni di Gesù nel deserto e su questa soltanto vorrei soffermarmi. C’è un rimpianto dentro ciascun essere umano del Paradiso Terrestre ed un afflato del ritorno ad esso che in un certo senso si realizza con la venuta del Salvatore. Ed allora comprendiamo che cosa significa che la fede in Gesù fa vivere. San Paolo nella seconda Lettura ci dice che “per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”. Il trionfo della giustizia unisce Dio e l’umanità nella venuta del Redentore. Gesù si propone come il Nuovo Paradiso Terrestre, l’uomo-Dio alla cui ombra riposano definitivamente le nostre anime.

20 febbraio 2020: la nostra vita per il mondo (L426)

La fede ci introduce in una dimensione alternativa rispetto a quella del mondo: o si è di qui o si è di là. Le Letture di questa domenica 23 febbraio parlano delle caratteristiche di questa dimensione della fede. Bene la esprime San Paolo dicendo: “Nessuno si illuda. Se qualcuno di voi si crede un sapiente di questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio”. Occorre dunque andare controcorrente, cosa possibile con l’aiuto di una coscienza che Dio illumina con la Sua grazia. Il Signore Gesù Cristo si è fatto sapiente nell’amore per il mondo sino a sacrificare sé stesso. Se Dio sacrifica sé stesso, significa che c’è in ballo qualcosa di molto importante. I cristiani la chiamano “salvezza dell’anima”. Tuttavia, anche questa definizione è criticabile ed è, soprattutto, limitata. In realtà, la salvezza cristiana è il sommo bene del mondo stesso. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio Unigenito (Giovanni 3,16). E noi amiamo così tanto il mondo da dare noi stessi? Questo dare sé stessi è ben spiegato nel Vangelo di questa domenica, basta leggerlo perché è chiaro. Tappa dopo tappa costruiamo la nostra vita per giungere alla vetta della perfezione, che è imitazione della vita stessa di Dio. L’imitazione, poi, produce una serie di doni prodigiosi riservati a chi è giustificato per la fede, doni che permettono la piena realizzazione di noi stessi nella maturazione di una personalità retta e talvolta anche santa.

13 febbraio 2020: riconciliarsi con i sacramenti, valorizzare i sacramenti (L425)

Molti di noi credenti si chiedono come valorizzare al meglio i sacramenti ricevuti, a cominciare dal Battesimo. Si può parlare, in merito, di una vita che si svolge “all’interno” dei sacramenti e di una vita che, invece, non è riconciliata con i sacramenti medesimi. Al fine di riconciliarsi con il Battesimo e di valorizzarlo al massimo nella nostra vita non è tanto necessaria una prassi comportamentale, perché a questo era già arrivata la pur lodevole cultura religiosa di scribi e farisei. Gesù completa la tradizione ebraica e, se veramente completa come crediamo, significa che qualcosa mancava. Mancava lo Spirito di Dio che – dice San Paolo – “conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio”. Gesù ci dona lo Spirito che accende i nostri cuori del desiderio ardente e ardimentoso di vivere con la luce gettata su di noi dal Vangelo di questa domenica. In altri termini, è possibile fare un salto di qualità rispetto a scribi e farisei con la grazia che ci dona Dio e con l’aiuto dello Spirito che intercede per noi con “gemiti inesprimibili”. E se non si può descrivere, né possedere completamente il Mistero di Dio, si può tuttavia sperimentare totalmente i Suoi effetti su di noi se ci riconciliamo con i Sacramenti ricevuti e li valorizziamo nella nostra vita. E per fare questo, occorre essere consapevoli non solo dell’amore di Dio per noi, ma anche dell’amore della Chiesa verso tutti i battezzati.

6 febbraio 2020: sapienza umana e sapienza di Cristo (L424)

Questa domenica la Chiesa ci presenta tre letture “da vertigini”. La prima, dal libro del Profeta Isaia, si presenta con forti assonanze con pagine famose dei Vangeli. D’altra parte, tutto l’Antico Testamento prepara l’avvento del Cristo. Isaia parla della giustizia come cristiano ante litteram; praticata però, senza trascurare i parenti. Le opere di carità elencate dal Profeta Isaia producono due effetti: in primo luogo, sono luce che sorge come l’aurora, ovverossia sono faro per i popoli e per le Nazioni. In secondo luogo, esse hanno un effetto terapeutico, se così possiamo dire, su chi le compie: aiutando gli altri, ricostruiamo sulla roccia la nostra casa e otteniamo la guarigione spirituale. San Paolo intuisce e ci svela il fatto che la conoscenza di Cristo è la sapienza di Dio: fondamento della fede è la potenza di Dio e non la sapienza puramente umana. Il Vangelo usa l’immagine del sale e della lampada sul candelabro per indicare la qualità altissima della testimonianza cristiana. Ciò che siamo, ciò che abbiamo ricevuto, dobbiamo restituirlo a Dio aiutando il nostro prossimo. Così, saremo beati davanti agli uomini e davanti a Dio.

30 gennaio 2020: il rispetto nella fede, nella speranza, nella carità (L423)

Con questo mio commento vorrei prescindere dalle Letture di questa domenica 2 febbraio, per cercare di indagare il tema del rispetto, cioè come esso può essere associato alle e come può essere declinato all’interno delle tre virtù teologali (che, come sappiamo, sono la fede, la speranza e la carità). Nella fede, vediamo che è inconcepibile per un cristiano la mancanza di rispetto verso Dio. Le tre Persone della Santissima Trinità sono modello di amore e quindi anche di rispetto reciproco. La mancanza di rispetto verso Dio richiede sempre una riparazione mediante la Riconciliazione. La preghiera per le offese che altri hanno recato contro Dio è anch’essa un segno di amore e rispetto verso Dio; perciò, se sentiamo qualcuno bestemmiare durante la giornata, è utile pregare una o più volte l’Ave, o Maria in riparazione dell’offesa. Nella speranza, possiamo richiamare alla mente l’atteggiamento dei giusti che attendono la Redenzione finale del mondo al ritorno di Cristo e anche la redenzione della nostra anima in vista della morte. Perciò, c’è qui un duplice atteggiamento di rispetto: verso la Parola che annunzia la seconda venuta di Cristo e verso la morte, vissuta come evento sacro di incontro con il Signore della vita. La carità implica anch’essa un atteggiamento di rispetto: senza di questo nessun rapporto costruttivo e positivo può nascere verso il nostro prossimo. Facendo agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi, secondo il criterio evangelico, rispettiamo l’altro come cristiani, nella luce e nella verità che Dio ha effuso su di noi mediante il Suo Santo Spirito.

23 gennaio 2020: una esplosione di luce (L422)

La Parola di questa domenica 26 gennaio ci parla di un Dio che è esplosione di luce. Questa luce si fa portatrice di gioia, di letizia e di libertà come dice la prima Lettura dal Libro del profeta Isaia; si fa portatrice di “unione di pensiero e di sentire” nella Chiesa come dice la seconda Lettura dalla prima Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi; si fa portatrice di salvezza come dice il Vangelo secondo Matteo. In merito non conosciamo in modo perfetto la via che Dio ha percorso per portare tale esplosione di luce. Gesù stesso ci dice: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” (Giovanni 16,12). Vediamo il risultato di questa luce, ne contempliamo gli effetti. Certamente possiamo ricordare anche l’immagine del fuoco che, pure, è portatore di purificazione, di salvezza, di calore e di luce (Luca 12,49). Questa domenica della Parola del Signore ci spinge a contemplare la fonte della salvezza nella Croce, Morte, Resurrezione del Cristo. Portando su di sé i peccati del mondo, il Signore ci mostra il Suo amore e, allo stesso tempo, la Sua natura divina. Che questa esplosione di luce, in conclusione, non ci colga distratti, in altre faccende affaccendati, come suole dirsi!

16 gennaio 2020: centralità dell'uomo di fronte a Dio o, invece, centralità di Dio rispetto all'uomo? (L421)

Che cosa ci indica la fede cristiana? Centralità dell’uomo di fronte a Dio o, invece, centralità di Dio rispetto all’uomo? In realtà, il Dio che si rivela in Gesù Cristo rende manifeste e ci dà, quindi, consapevolezza di entrambe le cose. In primo luogo, Dio lo rende consapevole della necessità della testimonianza del Battista “perché” – dice il Prologo di San Giovanni Apostolo – “tutti credessero per mezzo di lui”. Dio pone al centro l’uomo proprio nel senso che ha bisogno di testimoni santi per rivelarsi al mondo, quindi per portare la Sua salvezza alle genti. Nello sviluppare questi due temi dobbiamo tenere presente che la meta della fede – la salvezza individuale e la salvezza del mondo intero – passa attraverso ciò che dice Giovanni il Battista: “Egli deve crescere e io invece diminuire” (Giovanni 3,30). Giovanni il Battista ha incarnato entrambi gli aspetti citati della fede. Egli pone, cioè, al centro Dio; ma non come un dominatore dispotico. Mettere al centro Dio significa che oltre la giustizia che Dio offre agli oppressi, c’è la Sua infinita misericordia e il Suo infinito amore per il mondo. Anche noi siamo chiamati ad essere consapevoli delle due dimensioni citate per aprirci a tutti gli uomini e donne del nostro tempo e testimoniare sia la santità del Battista, sia la testarda volontà di Gesù di salvare quante più anime è possibile.

9 gennaio 2020: Battesimo del Signore (L420)

Oltre al compiacimento del Padre che Gesù riceve in occasione del battesimo nel Giordano, c’è, in questa occasione santissima un incontro tra la divinità (Gesù stesso) e l’umanità rappresentata da Giovanni il Battista. Gesù viene accolto come fratello nella Sua natura umana. Giovanni il Battista rappresenta in questo battesimo nel Giordano l’umanità intera, come se Gesù nascesse una seconda volta come uomo di fronte al Padre ed agli uomini. Lo Spirito Santo vivifica ogni battezzato sull’esempio di questo battesimo di Gesù che assume, dunque, anche un terzo significato (oltre ai primi due, cioè il compiacimento-riconoscimento da parte del Padre e la solidarietà come fratello di tutti gli esseri umani). Gesù fa da “apripista” perché comprendiamo meglio il nostro battesimo che è attestazione dello sconfinato amore di Dio e della Chiesa per ogni battezzato. Il Vangelo di questa domenica ci invita a fare tesoro di questo amore, di custodirlo nel nostro cuore e di valorizzarlo a beneficio di tutti i fratelli credenti o non credenti. E di questo Dio gioisce grandemente.

5 gennaio 2020: Epifania 2020 (L419)

Nella chiamata dei Magi a Betlemme intravediamo già l’universalità della fede cristiana e della missione della Chiesa fondata sui segni sacri che splendono come lampada nella Storia umana. Se pensiamo all’arcobaleno dato come segno a Noè, al roveto che brucia e non si consuma, all’attraversamento miracoloso del Mar Rosso e a tanti altri simili segni che Dio dona al Suo popolo, vediamo in azione la Sapienza di Dio che si intreccia con il libero arbitrio del popolo credente. Ai magi è dato un segno – una stella – secondo la loro cultura. La Bibbia, come spiega bene il Cardinale Gianfranco Ravasi, è intrisa della cultura tipica della società del tempo in cui sono vissuti i Profeti e i Padri dell’Antico Testamento. Lo Spirito di Dio suscita questo desiderio di adorazione del bambino che arde nel cuore dei magi. Non mi soffermo sui doni dell’oro, dell’incenso e della mirra il cui significato è spiegato benissimo da qualunque buon commento ed esegesi biblica. Voglio invece sottolineare, quanto ad Erode, che il bene è continuamente minacciato dal male e c’è bisogno di una certa dose di intelligenza e di astuzia perché il primo prevalga sul secondo. Noi oggi, però, non adoriamo Gesù come hanno fatto i magi secondo la loro cultura pre-cristiana, ma alla luce di Gesù già Risorto e assiso alla destra del Padre. La gloria che emana dal trono di Dio illumina concettualmente quel bambino per farci comprendere la speranza di salvezza universale che Dio ha seminato in ciascun cuore donandosi liberamente per amore dell’umanità intera.

2 gennaio 2020: le radici della fede cristiana (L418)

Il Vangelo di questa domenica 5 gennaio 2020 parla delle radici della nostra fede. Si sa che un essere umano viene definito “sradicato” quando per follia perde la consapevolezza delle sue origini. Le radici fanno pensare in primo luogo ai propri genitori e antenati. Nella fede ci interessa sapere che cosa c’è prima di noi, che cosa ha preceduto la grazia e le grazie ricevute, che cosa viene prima della luce che, dice il Vangelo, “illumina ogni uomo”. All’origine, secondo la fede che professiamo come cristiani, c’è Gesù-Verbo che era presso Dio. Consustanziale al Padre, il Cristo esiste da sempre. Non solo in senso cronologico secondo una concezione puramente umana, ma in una dimensione più profonda e trascendente, il Verbo esiste oltre il confine del tempo e perciò è separato dall’universo creato, cioè non si fonde in esso. Ogni benedizione viene dal Verbo incarnato: la si può ignorare ma non disprezzare. Questo Verbo Incarnato forma le anime dei santi e dei profeti. E Gesù che è Sommo Profeta è allo stesso tempo la nostra radice e la nostra meta finale.

30 dicembre 2019: la testimonianza del Signore rende saggio il semplice (L417)

Vivere nella fede significa, fra le varie cose, vivere nella meraviglia. La Madre di Dio è uno stupefacente capolavoro di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo che incrociano il destino di questa giovane donna ebrea nello stupore, nell’umiltà e nella meraviglia per essere stata scelta tra milioni di creature, di vergini sante. “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” dice, infatti, il Magnificat. Cosa sono queste grandi cose se non la trasformazione di Maria, la Madre di Dio, che dall’anonimato assurge ad un ruolo sia terreno sia celeste per il bene dell’umanità intera? Le grandi cose sono la potenza della grazia divina che santifica, trasforma, eleva ed esalta. Certo che la meraviglia si accompagna alla responsabilità e la Madonna primeggia anche in questo secondo aspetto. La Sua sapienza ha ispirato generazioni di fedeli dal concepimento di Cristo ad oggi. Preghiamo che questo nuovo anno sia pieno di un senso di riconoscenza per Lei e per Dio la cui testimonianza “rende saggio il semplice” (Salmo 18,8). Un anno di saggezza, dunque, nel 2020 guidati dalla forza materna, protettiva e rivoluzionaria insieme di Maria.

27 dicembre 2019: la nostra Nazareth (L416)

Nella vita se ne vedono veramente di tutti i colori. Gente felice e realizzata secondo la chiamata del mondo; gente depressa e infelice perché non ha trova la sua strada … Come cristiani crediamo che esistano due poli: uno buono e uno cattivo. Siamo un po’ un miscuglio di tutti e due, il bene ed il male; ci buttiamo un po’ dalla parte di Dio e un po’ dalla parte dell’Avversario, del Maligno. Ecco perché è così importante fuggire Erode, tutti gli Erode dei giorni nostri, perché ne va della nostra salvezza. E la Parabola del padre misericordioso è così importante perché ci dice che ogni giorno è buono per tornare al Padre il quale è pronto ad accoglierci con la Sua misericordia, con il Suo amore. Nell’ascolto di Dio anche noi come la Sacra Famiglia abbiamo il nostro “Egitto spirituale” dove il demonio non ci può trovare. Sono le ali di un angelo che ci pongono al riparo, è un uomo di fede che ci dà un buon consiglio, è il Signore stesso che ci fa abitare nella Sua casa. Il dramma è che siamo predestinati alla fede e alla salvezza ma per un certo periodo della vita non ce ne siamo accorti e non abbiamo trovato la nostra Nazareth!

22 dicembre 2019: Natale 2019 (L415)

Natale 2019: celebriamo l’incontro di Maria e del Santo Spirito come primo avvenimento rilevante. Dio fa di Maria l’Amata e la madre di tutti coloro che amano. Perché l’amore di Maria vinca veramente le tenebre, Dio ha bisogno di venire ad incarnarsi per rendere a ciascuno la possibilità di un riscatto dalle inclinazioni negative che derivano dal Peccato Originale. In questa direzione, il bambino che nasce ridona la gioia, la pace, il perdono e – quindi – la salvezza ad un mondo agitato e smarrito. Si tratta quindi di un bambino che è via per fuggire per sempre lontano dalle tenebre del peccato. È come se l’umanità intera fosse battezzata nel bambin Gesù che nasce. Questo battesimo ci dona la forza di aderire completamente a Dio e al Suo disegno, nella Nuova Alleanza. La speranza dell’attesa del Messia si compie in un contesto di gioia. Per questo esultiamo grandemente nella celebrazione liturgica che esprime questa felicità che nessuno ci può togliere.

19 dicembre 2019: aspettando il Natale assieme a San Giuseppe (L414)

Il mio interesse è l’interesse di tutti i miei fratelli e di tutte le mie sorelle. Se capiamo questo, capiamo l’importanza del nostro contributo che parte individuale come un fiume e sfocia nel mare del “comunitario”, della comunità di tutti i figli di Dio. Giuseppe, padre putativo di Gesù, ha capito che c’era in gioco qualcosa di più grande di lui e che questo qualcosa (annunciato dall’angelo del Signore cui pure ha creduto) veniva da Dio. Il Vangelo in altro punto dice di cercare il Regno di Dio e la sua giustizia e che il resto ci verrà dato in aggiunta (Matteo 6,33). Che cos’è questa aggiunta per Giuseppe se non il ruolo di padre del Messia? Lui, Giuseppe, che ha cercato tutta la vita la volontà di Dio è stato amato dal Signore sino ad un punto estremo “di non ritorno”. Questa è santità assoluta di cui, probabilmente, pian piano, Giuseppe diviene consapevole. Il piano della salvezza passa attraverso questo uomo schivo, umile e giusto che ha anteposto Dio ad ogni logica del mondo, ad ogni illusione di grandezza e di onori offerti dalla società ebraica del tempo.

13 dicembre 2019: un Messia inaspettato (L413)

Barcamenarsi nella vita non è il massimo che si può immaginare come obiettivo, come esperienza vissuta. Se immaginiamo un Giovanni il Battista che non avesse creduto – per ipotesi – a Gesù; se non avesse visto in Lui il Messia, figlio di Dio e Dio Egli stesso, ecco il barcamenarsi o il brancolare nel buio. Invece, capita che questi due personaggi – il Battista e Gesù – si legittimino a vicenda. Gesù, anche nel nome del Padre e dello Spirito, riconosce Giovanni il Battista come colui che prepara la strada al Redentore. E d’altra parte, Giovanni il Battista fa una certa fatica, ad un certo punto, ad accettare Gesù nella Sua identità messianica e divina. I segni che Gesù indica circa sé stesso non sono eclatanti come si aspettava una certa tradizione giudaica. Si tratta di scegliere Colui che – parafrasando l’Apocalisse – assume in sé la Tradizione dei Padri per completarla, facendo nuove tutte le cose. Cosa sono queste cose nuove? Una rilettura radicale dell’Antico Testamento che narra l’identità del Messia in modo rivoluzionario. Un rinnovamento dei cuori e degli spiriti per santificare in modo nuovo in nome di Dio. Certo, questo può essere rifiutato e persino deriso. Come dice San Paolo, infatti, la Croce è scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani. Anche noi – come gli otri evangelici – dobbiamo diventare nuovi nel cuore e nella mente, per fare posto ad un Messia come Gesù.

13 dicembre 2019: la Madonna si è umiliata (L412)

Il Vangelo (in altro punto) ci dice di non esaltarci ma di umiliarci. Come ha fatto la Madonna a restare umile a umiliarsi di fronte ad una grazia così grande: concepire il figlio di Dio e Dio egli stesso? Ecco che nella fede cristiana possiamo – come Sherlock Holmes – metterci a indagare al fine di trovare tutte le forme con cui Maria Vergine – concepita senza Peccato Originale – si è umiliata. Pensiamo al Magnificat, innanzitutto: Maria riconosce come motore della grazia divina la Sua stessa umiltà. Contemporaneamente si presenta come serva del Signore. E il Vangelo dice che il Signore dice di essere venuto per servire e non per essere servito. La Scrittura dice che il più grande è colui che si fa servo di tutti. Ella si è fatta serva ad esempio alle nozze di Cana dove si è messa al servizio di Cristo e dei fratelli. Ma tutta la Sua vita è un farsi serva del Signore. Prima con l’educazione di Gesù, poi sotto la Croce è divenuta Madre della Chiesa cioè serva di tutti noi. In ogni grazia mariana che riceviamo è la Madonna che ci serve e che si umilia per noi. La Madonna piange di fronte ai nostri peccati e prega ed agisce per la nostra salvezza. Queste lacrime, questo Suo impegno è, forse, la forma più grande di servizio a Dio.

13 dicembre 2019: isolati dal Signore? (L411)

La Scrittura ci parla di fratelli e sorelle che vivono diversamente la vita. Alcuni indaffarati nelle faccende terrene è come se si isolassero dal Signore. Vivono come un isolotto vicino alla terra ferma ma senza consapevolezza, senza nessun ponte che li ancori alla salvezza. Salvezza rappresentata da un ponte che permetta di evacuare verso strade impreviste che Dio ha disegnato come un pittore profetico, lungimirante, santo, per i suoi eletti. Altri, invece, hanno questo ponte con Dio e vivono la dimensione trascendente come deve essere vissuta, cioè come ci insegna il Vangelo di questa domenica. L’essenza dell’essere pronti alla venuta del Signore è vivere l’eterno presente della Sua azione in noi mediante lo Spirito. Questa è la benedizione che ci attende: essere forgiati e preparati dallo Spirito come un amico che ci visita quando meno ce lo aspettiamo. L’essere creature nuove implica, però, una responsabilità mica da ridere: significa orientare ogni nostra giornata verso Cristo, il sole che sorge (per usare un’altra immagine biblica). E allora sarà gioia piena quando Cristo ci rapirà verso il Cielo perché là c’è la nostra patria definitiva e noi stessi abbiamo costruito il ponte verso di essa con la carità e le Beatitudini. Non come esseri isolati da Dio ma come figli amati e riconoscenti.

21 novembre 2019: anche la croce è una caduta: l'uomo di fronte ad essa (L410)

Siamo pietre scolpite dalla mano di Dio. Siamo l’opera d’arte di Dio. Eppure ce ne dimentichiamo spesso. L’amore seminato in noi come luce divina illumina le tenebre dei nostri errori e dei nostri peccati. Il cosiddetto ladrone buono sulla croce ci indica solo una delle vie possibili per ritrovare quella mano divina che ci ha creati e che vorrebbe accompagnarci tutta la vita. Ci sono, infatti, diverse vie per arrivare al Signore. Quest’uomo (il buon ladrone) fa un ragionamento ispirato a giustizia: se Cristo è innocente, noi che siamo in croce con Lui, non siamo degni di invocare nessuna salvezza terrena, ma solo di lodarlo e magnificarlo con la fede dei semplici che crede nell’aldilà, nel Paradiso. Il buon ladrone non rivendica alcun diritto; non si comporta da suddito. Crede semplicemente alla regalità divina di Gesù che storna i pensieri dai messaggi erronei del mondo, dai messaggi dei maestri di “realismo mondano”, di “utilitarismo mondano”. Anche noi possiamo imitare questo uomo buono, questo ladrone con la fede, se solo anteponiamo l’opera di Dio in noi ai giudizi volgari che il mondo (nella sua accezione negativa) ci riserva, giudicandoci a volte spietatamente ad ogni nostra caduta. E anche la Croce è una caduta.





14 novembre 2019: guadagnarci l'affetto del Papa (L409)

L’amore di Dio lo diamo per scontato (e facciamo bene) mentre l’affetto del Papa un po’ dobbiamo guadagnarcelo. E allora proprio questo Vangelo, che ci parla di tribolazioni che attraversano la storia della salvezza, dovrebbe ricordarci che il Papa – quale autentico cristiano – è il primo dei perseguitati. Perciò, la nostra fede è autentica se comprendiamo che non ci salviamo senza la Chiesa ma che possiamo contribuire alla crescita del Regno assieme ad essa. Il Papa non può essere compreso bene nel suo pensiero senza constatare che egli possiede quei talenti profetici e carismatici che possono e debbono ispirare la comunità dei credenti. Papa Francesco ci sprona periodicamente al discernimento spirituale. E alla luce del suo insegnamento comprendiamo che la salvezza spirituale comporta di affrontare una serie di trappole e di inganni, di delusioni e di tradimenti, che sono da temere più della morte fisica. Per innaffiare come un fiore la nostra anima e farla crescere e maturare nella carità dobbiamo farci dono per il Papa e per la Chiesa oltre che per il Signore stesso. Ciò è reso possibile dalla grazia, da noi liberamente accettata, che ci guida ai pascoli eterni lungo un sentiero costellato sì da difficoltà ma anche di inimmaginabili gratificazioni che solo Dio può dare.

7 novembre 2019: la vita dopo la resurrezione della carne (L408)

Le peripezie di questo mondo, della nostra vita terrena, possono essere distruttive per la fede oppure santificarci diventando occasione di vivere bene la fede. Ognuno reagisce secondo il suo libero arbitrio e la grazia ricevuta. Pregando il Signore di seguire la seconda strada, ecco che una delle prove più impegnative è quella che fa seguito al matrimonio, nel guidare nella verità, nella giustizia, nell’amore, una famiglia. Non credo però che in Cielo dopo la nostra morte non ci siano più prove e missioni da compiere. Infatti, non andremo incontro alla vita ultraterrena e alla resurrezione della carne inutilmente, ma per fare del bene nel nome di Dio. Condurremo una vita angelica, cioè una vita spirituale di impegno e di preghiera per chi è ancora sulla terra. Infatti è Gesù che dice che “quelli che sono giudicati degni della vita futura e della resurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli”. Si tratta della cosiddetta vita dell’anima o vita puramente spirituale che sarà tutta dedita a fare del bene con la preghiera incessante e con chissà quali altre opere di cui ci incaricherà l’Onnipotente.

31 ottobre 2019: trovare Dio (L407)

Dio ci ha già trovati sin dal nostro concepimento: siamo noi che, talvolta, non troviamo Dio. La tristezza e il rimpianto veri sono dunque quelli propri di una vita spesa senza aver trovato Dio; ma cosa significa “trovare Dio”? Qui sono possibili molteplici risposte. La Chiesa insegna che Dio è amore e misericordia infinite. Dunque, seguendo questa idea, trovare Dio significa scoprirsi amati e perdonati. Ma, a mio avviso, non ci si può fermare di fronte a questa pur giustissima constatazione. Noi siamo un tesoro nascosto su cui Dio getta la luce perché possiamo vederlo. Usando una simile metafora, diciamo che Dio ci apre gli occhi su noi stessi. Se vediamo correttamente noi stessi, possiamo trovare una fede in Dio corretta, sana (non eretica). Santità cristiana è valorizzare questo tesoro nascosto eroicamente. Farsi totalmente dono per Dio, significa essere creativi nell’amare tutto ciò che Dio ha creato (cfr. la Prima Lettura in proposito, tratta dal Libro della Sapienza). Da qui un legame indissolubile tra Dio e il Creato. All’interno di questo legame c’è il mistero dell’esistenza di tutte le cose. Un mistero che, alla luce della fede, getta una luce positiva e gentile, direi ottimista, sulle sorti del mondo che Dio ha tanto amato da dare il Suo Figlio Unigenito.

29 ottobre 2019: tutti i santi 2019 (L406)

Come un mare sconfinato che ci sta davanti, i santi sono una moltitudine che chiede di essere attraversata per fare una affidabile esperienza di fede, di salvezza. Questo nella consapevolezza che è Dio che giustifica e santifica. Il nostro credo include non solo la loro intercessione (che ci vede in un ruolo in un certo senso “passivo”), ma anche la loro imitazione. L’imitazione dei santi può certamente avere tra i suoi punti di riferimento essenziali il Vangelo delle Beatitudini che si legge questa domenica nella versione dell’Apostolo Matteo. Queste Beatitudini sono una declinazione del Cuore stesso di Cristo. Se vogliamo essere in sintonia con tale Cuore, dobbiamo chiedere a Dio di concederci questo privilegio prezioso che è il vivere le Beatitudini. L’Apocalisse (Prima Lettura) parla di coloro che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello. L’affresco stupendo delle Beatitudini ci dice il “come” si possa lavare le vesti nel sangue dell’Agnello. Cioè, stare uniti a Dio preferendo una vita di coraggio e di fede alla codardia in cui incorre facilmente chi si fa abbindolare dal principe di questo mondo.

24 ottobre 2019: il pubblicano, il fariseo e la comunità credente (L405)

Il Vangelo di questa domenica ci parla di un fariseo il quale si isola dalla comunità credente. Bisogna invece – questo mi pare il senso della parabola – vivere come membro di un gregge, cioè, appunto, di una comunità che si riconosce peccatrice, bisognosa di una fede liberante. Il fariseo giudica sé stesso e si giustifica da solo. Il pubblicano, al contrario, sa di appartenere a un popolo di peccatori che prega coralmente il Signore. Questo restare in sintonia con la comunità credente è l’umiliare sé stessi evangelicamente parlando, l’accusarsi di fronte a Dio riconoscendo che solo il Suo amore può salvarci. L’apice dell’amore di Dio per noi è dunque la grazia divina la quale si posa su chi non si esalta. Esaltarsi significa cadere nell’egolatria, il sentirsi al di sopra della legge e giudicarla. Infatti, in Giacomo 4,11 leggiamo: “Non sparlate gli uni degli altri, fratelli. Chi sparla del fratello o giudica il fratello, parla contro la legge e giudica la legge. E se tu giudichi la legge non sei più uno che osserva la legge, ma uno che la giudica”. Se non ci isoliamo, vediamo la nostra pochezza e acquistiamo quell’umiltà che deriva da un confronto amorevole con i fratelli, senza invidia e senza ipocrisie che sono – ripeto – egolatriche.

17 ottobre 2019: preghiera e vita spirituale (L404)

Persino i nostri pensieri influiscono sulla salute e sulla salvezza nostra e si traducono in comportamenti che influiscono sul nostro rapporto con il prossimo. E infatti nell’atto penitenziale parliamo di peccati fatti con il pensiero. Faccio questa introduzione per chiarire che la preghiera si inserisce in un contesto più ampio. La preghiera è un dolce dialogo con la nostra anima, un dialogo con cui supplichiamo l’anima di lodare e magnificare il Signore. Chi crede così fortemente nell’importanza della preghiera è prediletto da Dio “per i doni del Suo insegnamento”. E tutto ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra vita cristiana, specialmente per l’aspetto spirituale, viene da Dio tanto più copiosamente quanto più copiosa ed intensa è la nostra vita spirituale. Vita spirituale di cui la preghiera è la benzina indispensabile. La preghiera preserva la fede della Chiesa perché Gesù ci trovi pronti al Suo glorioso ritorno.

10 ottobre 2019: il samaritano e i nove che non tornano a ringraziare (L403)

Possiamo notare come il samaritano che, prima di presentarsi ai sacerdoti, torna a ringraziare Gesù sia un esempio di come vivere nella grazia di Dio. Cioè, vale a dire, arricchire di fronte al Signore mediante sentimenti di bontà, di riconoscenza, di fede. Egli collega la propria guarigione all’esistenza di Dio, alla Sua onnipotenza. Egli riconosce di essere creatura del Signore e riconosce, inoltre, di aver ricevuto una manifestazione dell’amore di Dio nel miracolo. Degli altri nove non sappiamo molto: non sappiamo se si salveranno oppure no, ma è come se scivolassero in una sorta di oblio. E qui mi sa permesso un collegamento con la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro. Anche il ricco Epulone non ha la riconoscenza che viene dalla fede ma pensa che tutto gli sia dovuto in forza della carne, cioè della sua ricchezza terrena. Certamente il ricco epulone pecca e anche i nove lebbrosi guariti peccano di omissione. Sono chiamati ma non eletti. E l’unico eletto da Dio è il samaritano che torna a ringraziare. Egli dà lode a Dio, alla Sua splendida gloria, e così ritrova sé stesso, la sua autentica vocazione nella vita che da quel momento non è più l’ostracismo dovuto alla malattia infamante.

3 ottobre 2019: la grazia che ci dà la forza (L402)

L’umiltà evangelica fa sì che perdoniamo perché, se siamo umili, capiamo di essere già stati perdonati molte volte da Dio nella nostra vita. Il perdono di Dio non è fine a sé stesso ma è un pedagogo potente che ci rende giusti, cioè giustificati in Cristo; cosicché la Prima Lettura di questa domenica dice che “il giusto vivrà per la sua fede”. È interessante anche la Seconda Lettura (da 2Timoteo). Qui si precisa che lo stile cristiano non è la timidezza, cioè la rinuncia all’ardore del coraggio cristiano della fede, della speranza e della carità. San Paolo parla di forza che è la forza dell’amore che scioglie i nodi del male in ogni sua forma e manifestazione; parla inoltre di carità che ci è necessaria per testimoniare la fede con efficacia ed in modo completo; parla, infine, di prudenza per non essere sciocchi che rischiano inutilmente la propria vita e la vita degli altri. Prudenza, in altri termini, è evitare i pericoli inutili. Infine, veniamo al Vangelo. L’importanza della fede è proprio nel fatto che ci attira la grazia di Dio la quale grazia, ci rende capaci di cose grandi a livello della morale ed a livello spirituale. La grazia è qualcosa che abbiamo ricevuto dall’alto e che ci fa dire di essere servi inutili, nel senso, come di dice il Vangelo, che abbiamo fatto ciò che dovevamo fare.

26 settembre 2019: la fede ed il combattimento spirituale (L401)

C’è un posto dove solo Dio può sostare ed è il Suo trono. Così, ogni vivente ha un posto assegnato sotto il sole. Ma poi, durante la vita, vengono i turbamenti, le illusioni, i deliri di onnipotenza, la pusillanimità, le tentazioni della carne e molti altri fattori dannosi. Ma perché l’istinto di conservazione viene come paralizzato e non ci risparmia i grossi danni derivanti dagli elementi appena elencati? L’andare a Dio è un ritornare al proprio posto sotto il sole, quello che dal concepimento Dio ha pensato per ognuno di noi. Von Balthasar, uno dei massimi teologi del secolo scorso, ha scritto di sperare che l’inferno sia vuoto. La parabola che si commenta questa domenica non è così ottimista. Se non troviamo forza e coraggio per sfuggire alle seduzioni del Maligno, ecco che subiamo il danno descritto in questa parabola domenicale, già nell’aldiquà e ancora di più nell’aldilà. Ecco perché San Paolo parla di combattimento in ordine alla fede. Non è immaginabile una fede senza combattimento contro lo spirito del male. Ed ecco perché è così importante una vita spirituale, una vita di preghiera.

19 settembre 2019: la parabola dell'amministratore disonesto (L400)

L’amministratore disonesto viene lodato perché – forse inconsapevolmente – compie un’azione buona, rimettendo parzialmente i debiti. In questo contesto è possibile comprendere perché il Vangelo dice che tale remissione, pur procedendo da un proposito disonesto, reca benefici spirituali, al punto di essere accolti nelle dimore eterne.  Questo perché crea crediti spirituali presso Dio come spiega bene nel commento su Famiglia Cristiana il teologo don Fabio Rosini. Indirettamente, la parabola ci mostra la via perfetta del rapporto con il denaro. Amministrando le ricchezze materiali nella saggezza suprema della carità, facciamo la volontà di Dio. Tuttavia, non si possono nascondere anche le difficoltà nella interpretazione del Vangelo di questa domenica il quale – come ricorda lo stesso don Fabio Rosini – è stato oggetto nei secoli di svariate interpretazioni. E perciò anche io nel mio piccolo mi fermo alle poche osservazioni fatte.

12 settembre 2019: l'invidia del figlio maggiore e la reazione del Padre misericordioso (L399)

Come scrive don Fabio Rosini su Famiglia Cristiana, c’è molta invidia del fratello maggiore verso il figliol prodigo, per i festeggiamenti con cui lo accoglie il padre. A mio avviso, è una invidia benigna, cioè umanamente comprensibile. E Cristo è venuto per tutti i peccatori, compreso il fratello maggiore con la sua invidia certamente fastidiosa e molesta. Il Padre misericordioso deve (vuole) contemporaneamente accogliere il figliol prodigo gestendo una situazione che sembrava definitivamente compromessa e gestire l’invidia e la reazione stizzita del fratello maggiore. Soffermiamoci sul modo in cui viene gestita la situazione di entrambi i figli dal padre. Per quanto riguarda il figlio prodigo, il Padre lo abbraccia teneramente e fa uccidere per lui il vitello grasso. Segno che il figlio è stato perdonato. Ma il padre è buono anche con il fratello maggiore. Il padre non drammatizza la sua reazione discutibile, non lo rimprovera neppure. La misericordia di Dio, questo è secondo me il motivo, è per tutti. Che poi il destinatario la possa sprecare è altro discorso. Il “treno di Dio” passa molte volte nella vita e sta a noi prenderlo sorretti dalla grazia di un Dio che è venuto per salvare il mondo non per condannarlo.

5 settembre 2019: per una conversione integrale a Cristo (L398)

Si può affermare che il Vangelo di questa domenica chiede una conversione integrale. Innanzitutto, non sono possibili riserve mentali contro Gesù. Intendo dire quel credere tiepido, a metà, che – nel dubbio – si tiene aperta una “via di uscita” diversa dalla fede. In secondo luogo, non sono possibili “uscite di emergenza” nel caso che …; nel caso che Dio non esistesse; nel caso che abbiano ragione i protestanti; nel caso che il Papa abbia torto; eccetera, eccetera. Se proprio non si ha la certezza morale, intellettiva, di coscienza che l’aldilà esista (e di conseguenza il Giudizio), almeno si faccia un sincero atto di speranza nella direzione della fede. Si speri con tutto il cuore e la mente che l’aldilà esista. La giustizia di Dio è certezza nel Regno che – dice Gesù – non è di questo mondo. Nell’aldiquà la giustizia di Dio è contrastata da mille interessi mondani, che vengono dalla carne. Le armi dello Spirito aiutano a non essere collusi. Essere liberi e forti, come auspicava don Sturzo, significa fare la propria parte; non come recitare in una commedia, ma mettendo in gioco i propri sentimenti e il proprio cuore. Magari rischiando di sbagliare ma con l’attitudine ad essere sempre pronti a cambiare per essere graditi a Dio in questa vita e morire in grazia di Dio nella morte.

29 agosto 2019: la bontà immensa del Signore (L397)

La grandezza del Signore si misura con la Sua bontà, che è immensa. Gesù insegna agli ignoranti e rende saggio il semplice come dice il Salmo 18,8. L’empio, invece, fugge lontano ma, in realtà, non sa dove andare. Ho fatto questa premessa perché veramente nel Vangelo di questa domenica vediamo all’opera la Sapienza e la bontà di Dio. Invece, però, di ripetere ed esporre l’insegnamento del Vangelo (che ognuno può leggere) vorrei soffermarmi proprio su tale bontà di Dio. La Sua bontà esalta chi si umilia e umilia chi si esalta. Chi dunque si umilia se non il mite? Per la Sua bontà, sin dalla creazione del mondo, Dio ci ha condotti fino qua per invitare al banchetto poveri, storpi, zoppi e ciechi. Tutto ciò che è scartato dalla società è prezioso agli occhi del Signore. Tutto ciò che viene fatto gratuitamente (senza attendersi un contraccambio) santifica noi stessi e santifica il Nome di Dio. Chi, allora, benedirà il Signore? Io risponderei “tutti” perché anche il malvagio può benedire il Signore. Dunque, proprio mentre il malvagio benedice, inizia per lui una strada che è vita nuova di redenzione perché Dio detesta che qualcuno si perda.

22 agosto 2019: la porta stretta (L396)

Vorrei segnalare il bel commento di don Fabio Rosini che ho appena letto sul numero 34 di Famiglia Cristiana. Temiamo molte cose ma non diamo sufficiente importanza al rischio che Cristo ci dica di allontanarci da lui. È, quindi, necessario entrare nella mentalità di Gesù, per comprendere il senso profondo del messaggio che ci vuole trasmettere. Certamente il battesimo ha in sé la forza di fare di noi un Alter Christus. Tuttavia, è necessario progredire tutta la vita nella sequela di Cristo che non è mai pienamente raggiunta. L’obiettivo è, allora, rappresentato dalla sequela – appunto – che collega il nostro cuore al cuore stesso di Cristo e al cuore della di Lui madre, la Madonna. Questa grazia – sembra dire il Vangelo – non può essere ricevuta dagli operatori di ingiustizia. Queste opere ostative (cioè che impediscono la salvezza) sono rappresentate da un vero e proprio tradimento dello spirito evangelico che ci è stato annunziato dalla Chiesa, quando tale tradimento porta ad una perdita radicale e totale della grazia. È questa una situazione rara o frequente, probabile o improbabile? Se tutta la vita diventa un esame di coscienza davanti alla Santissima Trinità possiamo trovare la risposta e, qualunque essa sia, incominciare a percorrere – se non l’abbiamo già fatto – la strada buona della giustizia nella carità fraterna.

15 agosto 2019: "conviene" convertirsi? (L395)

Meditavo in questi giorni sull’esperienza di una persona credente che constatava come fosse peggiorata, sotto alcuni aspetti, la sua vita dopo la conversione al cristianesimo. Mi riferisco ai vicini che quasi ti tolgono il saluto, al parente che ti disereda in odio alla fede, a quelli che ti deridono e ti disprezzano. Per questo è così prezioso il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla Terra. Perché chi è diseredato in odio alla fede riceve in eredità il Signore stesso, cioè il Suo amore e la Sua salvezza. Perché chi oggi piange per l’ostilità di parenti, amici e conoscenti, domani riderà. Se leggiamo questo Vangelo in collegamento con le Beatitudini lo comprendiamo meglio. Il fuoco ed il battesimo ad opera dello Spirito Santo rivela la gloria dei figli di Dio, coloro che direbbe San Giovanni – da Dio sono stati generati. Generati, dicevo, nella gioia, nell’amore di Dio e dei fratelli e nella verità che rende liberi.

8 agosto 2019: la vita che Dio vuole donarci (L394)

La commozione che si prova leggendo la vita di San Domenico di Guzman è veramente intensa e bella da provare. Lo stesso stupore commosso che ispirano le letture di domenica 11 agosto. Se ci nascondiamo perché Dio non ci trovi (è un errore molto frequente) non possiamo possedere il Regno dei Cieli. Se combattiamo apertamente Dio, dobbiamo sapere che dalla nostra sconfitta può derivare una catarsi liberatoria che ci porta a decentrarci, che ci conduce alla fede o, perlomeno, ad una moralità di vita migliore. Io non so dire come ci si debba – idealmente – porre di fronte a Dio. So soltanto che, se si è sufficientemente umili (imitando la sublime umiltà che caratterizzò San Domenico) è Dio stesso a istruirci, a guidarci, ad aprirci degli orizzonti di bontà e di giustizia. Perché la luce di Dio illumini la nostra vita, è sufficiente sostare, fermarsi dalla corsa impazzita che insegue le chimere del mondo, e aspettare che sia Dio a compiere la Sua opera in noi. Con questa fiducia, affrontiamo il buon combattimento della fede che è vincente proprio perché Dio sarà con noi, al nostro fianco ogni giorno della vita benedetta che Egli può e vuole donarci.

1° agosto 2019: fede cristiana e ricchezze (L393)

Il Vangelo della saggezza di vita parla del rapporto corretto con le ricchezze che ogni cristiano dovrebbe avere. Chi ha fatto esperienza di un rapporto malato con il denaro conosce a quale punto di tristezza esso può far scendere la nostra esistenza. Per questo il Vangelo ci rende consapevoli della gravità del peccato di cupidigia che, dice San Paolo, è nientemeno che idolatria, cioè un peccato gravissimo. Mi viene in mente, in merito, quel passo degli Atti degli Apostoli che narra la morte di quei fedeli, Anania e Saffira, che avevano nascosto parte delle loro ricchezze alla Chiesa (Atti 5, 1-6). La carità, invece, illumina correttamente il rapporto che dobbiamo avere con il denaro. Quest’ultimo deve provenire dalla Provvidenza “in aggiunta”, dopo che abbiamo dato precedenza alla ricerca del Regno di Dio (Matteo 6,24-34).

25 luglio 2019: dare e ricevere nel cristianesimo (L392)

Possiamo valutare anche mille volte il rapporto di dare e di avere con Dio ma scopriremo sempre che abbiamo ricevuto molti di più di quanto abbiamo dato. Che cosa abbiamo ricevuto da Dio più precisamente? Dio non vuole pupazzetti “eterodiretti” ma persone sane spiritualmente, cioè creative, sensibili, libere, mature moralmente. Nella vita spirituale si deve, quindi, imparare innanzitutto a ricevere da Dio. E tra i doni sommi di Dio c’è l’Eucarestia: il Cristo che abbiamo ricevuto nell’Eucarestia, ci dia la forza di farci dono per tutti coloro che il Signore ci fa incontrare. Può darsi che nel prossimo che il Signore ci fa, appunto, incontrare, troviamo un tesoro di umanità e di spirituale santità per cui, a gloria di Dio, riconosciamo il sacro che c’è in ogni incontro con i fratelli e le sorelle. Come conclude il Vangelo, impariamo a ricevere lo Spirito Santo che è la “benzina spirituale del cristiano”. Lo Spirito veramente ci guida a Cristo perché da Dio Padre e da Dio Figlio proviene, guidandoci per il giusto cammino nella verità e nella carità al servizio di un realtà trascendente che si è fatta carne – Gesù vivente per sempre –, realtà concretissima e sacra.

18 luglio 2019: Marta e Maria (L391)

Leggiamo nel Vangelo di questa domenica due modalità diverse di ospitalità le quali entrambe fanno spazio a Dio nella nostra mente e fanno posto a Dio nel nostro cuore. Certamente, il servizio deve essere preceduto dall’ascolto della Parola, dalla sua introiezione che dà senso al servizio stesso. Perciò, la prima cosa da fare è segnata bene nel Vangelo dal comportamento di Maria. Quando nel Padre Nostro diciamo “sia santificato il tuo nome” ed, inoltre, "sia fatta la tua volontà", ecco che la “somma” di Maria e di Marta realizza il rapporto veramente perfetto con il Signore nel senso e nel contesto di questa preghiera. Dobbiamo a questo punto ricordarci che anche nel contesto delle nozze di Cana, la Madonna esorta al servizio. Allo stesso tempo, Ella è il modello di ascolto della Parola. La preghiera di adorazione, dunque, non può che essere anteposta alle opere di servizio e di carità perché esse siano illuminate come da una luce divina che è il vero rendimento di grazie a Dio.

11 luglio 2019: buon Samaritano e Chiesa di Cristo (L390)

La Signoria di Gesù è un potere un po’ strano: non si impone ma si propone, non vuole imporre una Sua "rieducazione" ma di fatto influenza ed ispira, non vuole comandare ma in realtà tutti i credenti desiderano avere un leader come Lui. In questa Parabola del Buon Samaritano vediamo diversi attori in azione. Da un atto di carità del samaritano dipende la gioia di Dio che per ogni gesto come questo esulta nell’umanità vera e profonda di chi aiuta. Nella Parabola citata, l’aiuto è materiale e spirituale assieme. Questi due aspetti non si possono scindere. Nel momento in cui c’è l’aiuto materiale, c’è anche l’entrare in relazione con l’altro, dicendogli con i fatti che gli vogliamo bene. Ad un livello spirituale più alto e più profondo, allegorico, nell’uomo caduto nelle mani dei briganti c’è Gesù stesso rappresentato come servo sofferente e ingiustamente oppresso e rifiutato. In un altro punto del Vangelo, Gesù dice che tutto ciò che abbiamo fatto ai piccoli che credono in Lui, lo abbiamo fatto a Lui. Questa carità fraterna è importante anche perché è garanzia dell’unità della Chiesa. In effetti, lo Spirito continuamente suscita nella Sua creatività infinita legami di agape che fanno della Chiesa il vero corpo di Cristo, fondato sull’amore per Dio e per il prossimo.

4 luglio 2019: il Mistero fuori e dentro di noi (L389)

Il Mistero è sia fuori di noi, sia dentro di noi. Per il Mistero che è fuori di noi, preghiamo ed eleviamo suppliche a Colui che ci può liberare dalla morte spirituale, da una malattia grave ed apparentemente irreversibile dell’anima. Questo mistero è oggetto di meditazione tutta la vita, per conformarci sempre meglio all’immagine di Colui che per primo ci ha amati, il Cristo che sostiene il mondo e quanto esso contiene. Per il Mistero che è dentro di noi, esultiamo di gioia profonda perché Gesù stesso ed il Padre, con lo Spirito Santo, può realmente prendere dimora in noi. Perché di fronte alla nostra incapacità di amare, Dio ci dia uno spirito nuovo che rinasce ogni volta nell’amore per la Chiesa e per il prossimo in generale. Questo amore sostiene la nostra vita di relazione per la forza che ci dona la Santissima Trinità. Così, c’è solamente da rimpiangere le occasioni sprecate che Dio ci ha dato per rendere noi stessi migliori. Chissà, però, che Egli non ci usi misericordia per la bontà Sua, per la gloria del Suo nome; e non si stanchi di chiamarci ad una vita santa di fede sino al momento della morte.

27 giugno 2019: puri da questo mondo (L388)

La sequela del Signore richiede non un estraniarsi dal mondo, ma un mantenersi puri dal mondo stesso. Il Vangelo di questa domenica mostra tre esempi paradigmatici di purezza. Il primo fa riferimento alla povertà radicale di Gesù quanto al mondo, perché ricchissimo di quello Spirito che procede da Lui. Perciò, il destino di Gesù è di “essere leader, di essere Maestro” nel senso – spiritualmente inteso – di salvare il mondo, santificandolo. Il secondo indica un distacco dal mondo che antepone a tutte le cose sacre nel contesto dell’amore famigliare (come il seppellire il padre), la missione di esprimere la testimonianza cristiana di fronte a sé stessi, alla propria famiglia e al mondo stesso. Il terzo riguarda gli spiriti incostanti, già rimproverati dall’A.T. (Salmi 118, 113) e dal Vangelo (cfr. anche Marco 4,17). Essere incostante significa non aver compreso bene quale sia la posta in gioco, per cui la fede cristiana non è l’ennesima esperienza piacevole, finanche per crescere umanamente; non è una tappa qualsiasi della vita. È, piuttosto, un diventare un consacrato del Signore per tutta la vita, grazie alla forza dei sacramenti dei quali si sono pienamente comprese la dimensione e le aspettative escatologiche di fronte alle quali porre al servizio tutta la vita ed il nostro io. Il nostro io, dicevo, guarito dalla grazia e dall’amore di Dio una volta per sempre.

20 giugno 2019: i tre bisognosi (L387)

Non possiamo capire il nostro valore se non comprendiamo, previamente, il valore immenso, la grandezza di Dio. Nella parabola di questa domenica, Dio si affida ai discepoli dicendo di dare loro stessi da mangiare alla folla. Da qui il mandato storico e sempiterno alla Chiesa di privilegiare i poveri, visti come affamati. E qui ci può anche essere un rinviare alla Eucarestia, ma principalmente il discorso ha per oggetto i bisogni materiali. Dio assiste in eterno la Chiesa con il Suo Santo Spirito che compie prodigi e miracoli in favore ed all’interno di essa e tramite essa, come si diceva; tanto che, con l’aiuto di Dio, i discepoli faranno cose più grandi come ricorda un altro passo del Vangelo (Giovanni 14,12). Ci sono quindi tre bisogni che si intersecano: la folla ha bisogno del pane quotidiano, i discepoli hanno bisogno della intercessione miracolosa del Signore e Dio stesso ha bisogno dei discepoli perché si realizzi il Suo disegno di salvezza nella Storia umana.

13 giugno 2019: vita umana e Sapienza (L386)

La vita umana è formata sia da un movimento “circolare”, sia da un movimento “direzionale”. Per “circolare” intendo che siamo portati a rivivere con la memoria, con la coscienza, gli eventi passati per riviverli però in una luce nuova, per maturare come persone umane. Questa maturazione avviene con il coinvolgimento di ragione e di sentimento, come piace concederci a Dio tramite la Sua sapienza. Per “direzionale” intendo dire che fissiamo una meta, una nostra Itaca, cui rivolgere il timone esistenziale per guidare correttamente l’anima verso la Trinità che è la nostra meta, sia nell’aldiquà sia nell’aldilà. Nel conoscere noi stessi, possiamo conoscere indirettamente la sapienza di Dio, scorgendone l’azione nella nostra vita, giorno dopo giorno.

6 giugno 2019: Pentecoste 2019 (L385)

Lo Spirito Santo ci rende eredi di Dio mediante una trasformazione sovrannaturale senza la quale non saremmo nuove creature, non potremmo dire di essere rinati dall’alto. In Dio siamo dunque eredi per i meriti di Cristo e mediante lo Spirito di tutte le promesse fatte da Dio al popolo della Prima Alleanza. Una delle prime cose che lo Spirito insegna è il distinguere tra le cose che è essenziale conoscere e le cose che possiamo tralasciare. Così, anche la Madonna è donna sapientissima proprio perché è “sede della Sapienza” e “tempio dello Spirito Santo”. Lo Spirito che si offre a noi mediante i sacramenti della Chiesa mostra questa duplice realtà: i sacramenti donano lo Spirito e, contemporaneamente, sono “conditio sine qua non” di tutta una storia esistenziale vissuta nella luce dello Spirito. Come Gesù è venuto per i peccatori e non per i giusti, così lo Spirito “lava ciò che è sordido” e “drizza ciò che è sviato”.

30 maggio 2019: cittadini della terra e del Cielo (L384)

È chiaro, mi pare, che con l’Ascensione, Cristo ci prepara ad un destino di uomini impastati di Cielo e di terra. Non solo perché, “pensiamo alle cose di lassù” (Colossesi 3,1-2) ma anche perché, rivestiti di potenza dall’alto, abbiamo come due patrie: una qui sulla terra dove Cristo ha lasciato le Sue impronte indelebili ed una nei Cieli dove sta Cristo seduto alla destra del Padre. La missione, dunque, che riceviamo con il battesimo è duplice. Quanto al Cielo perché ripetiamo l’annuncio di Dio stesso circa i cieli nuovi e la terra nuova (2Pietro 3,13) che aspettiamo nella fede. Quanto alla terra, perché essa è stata fecondata dalla prima venuta del Cristo, con la Sua Parola ed i suoi gesti. Perciò, siamo rivestiti di un carisma (oltre che profetico e sacerdotale) regale perché tutto ciò che facciamo, lo facciamo nel nome di Cristo, cioè della Sua Persona e della Sua dottrina. Riflettiamo a volte poco su questa responsabilità importantissima e delicata che Gesù e lo Spirito ci hanno lasciato. Tuttavia, è il Padre stesso che ci sostiene in essa e dunque non possiamo né deludere, né restare delusi.

23 maggio 2019: immaginazione e incomprensione (L383)

Due esperienze di fede diversa, una negativa e l’altra positiva, caratterizzano (assieme ad altre) il nostro pellegrinaggio terreno. La prima (positiva) è l’immaginazione (che diventa speranza, progetto, azione e creatività) e la seconda (negativa) è l’incomprensione. Oscilliamo tutta la vita tra queste due esperienze. Nella carità possiamo sopportare l’incomprensione in quanto è lo Spirito Santo che ci sostiene suggerendoci il comportamento da tenere. L’immaginazione della fede cristiana, da parte sua, ha un impatto potenzialmente forte sulla comunità dei credenti e sulla nostra propria vita. Direi quasi che l’immaginazione è rivoluzionaria. Ora, Dio stesso è Maestro di immaginazione e, in aggiunta, spesso subisce la nostra incomprensione. Io non credo che possiamo deludere Dio se abbiamo veramente fede. Unendo la nostra immaginazione a quella che lo Spirito Santo ci manifesta, possono succedere cose bellissime e inaspettate nella nostra vita. In conclusione, riguardo all’incomprensione, è la Scrittura a esortarci a insistere perché, se subiamo inizialmente l’incomprensione degli uomini, è, invece, Dio che sicuramente ci conduce a svariate vittorie spirituali, in modo da affrontare l’incomprensione con calma e pace serafiche.

16 maggio 2019: la dolcezza del Signore (L382)

Un Dio che ci viene incontro con parole dolci, nessuno se lo aspettava prima della venuta di Gesù. Possiamo invece sentire la Sua voce che ci chiama a un destino purificato da ogni meschinità, inganno, maldicenza, orgoglio, eccetera. La voce di Gesù ci purifica e ci fa creature nuove. Cosa significa, infatti, che Dio fa nuove tutte le cose se non che ci fa strumento della Sua dolcezza, del Suo amore? Come creature nuove, sappiamo metterci in ascolto del grido degli oppressi, del lamento dei poveri, delle preghiere degli ultimi. Questo perché Dio si è, a Sua volta, messo in ascolto di noi, davvero. L’ascolto, poi, introduce all’azione misericordiosa di un Dio che è glorificato perché offre la propria vita per gli amici, amici che poi significa tutta l’umanità. Se nella Croce tutta l’umanità è amica, quanto più sono amici di Gesù quelli che Egli ha eletto, quelli che ha destinato alla vita eterna mediante la fede e mediante le opere rese possibili dalla dolcezza di un Dio che ci ama a prescindere dai nostri peccati.

9 maggio 2019: camminare con il Signore (L381)

Per comprendere ed accogliere Gesù, bisogna camminare insieme che è il contrario della situazione in cui ognuno va per la sua strada. Anche nei giorni più bui della sua vita, il cristiano non affronta i problemi, la “notte oscura”, da solo ma accompagnato da una moltitudine di fratelli. Fratelli terreni, viventi, cioè i compagni nella fede; fratelli defunti che accompagnano il nostro cammino con le loro preghiere; santi e angeli del cielo a miriadi sono come una nave rompighiaccio che frantuma di fronte a noi le difficoltà frapposte dalle forze delle tenebre; infine, la stessa Santissima Trinità ci coinvolge con la commozione del nostro cuore e con la illuminazione della nostra intelligenza. Non siamo soli ma il Vangelo di oggi va oltre nel ricordarci che nulla ci può strappare dalla mano di Gesù, dalla mano del Padre. Non c’è consolazione più grande di questa perché anche tale precisazione dice che non siamo soli ma che l’essenza dell’essere il nostro Dio con noi è la sua fedeltà eterna e insopprimibile, che illumina ogni giorno della nostra vita.

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